Il Disordine delle Cose


Perseo macchiato dal sangue di Medusa
f o r t i f i c ò            Micene
nei miti dell’uomo antico
Dèi e uomini                           suonavano le stesse Arpe

 

La materia del sogno non emette sentenze

ma                           simboli

Lilith abbraccia il serpente

demone, moglie,                   amante, Grande Madre

 

Nel disordine delle cose

quali passi descrivono la notte?

A ritmo incatenato di frasi (in)dotte

meteore echeggiano nelle prime serate afose.

 

“Mescaline” sostanze

riempiono i muri delle stanze:

specchio come anfiteatro

spettatore malcelato.

 

Ovunque risieda l’armonia

negli astri o nell’Anello di Gige

è una canzone d’utopia

che splende soltanto negli occhi di chi vige.

QuelloCheVaDiModa: Brandelli di un sopravvissuto qualunque


[…]corpi ammassati si susseguivano senza un ordine preciso. Un’infezione, dicevano.

Io sapevo soltanto di essermi svegliata in uno scantinato oscuro. Una voce robotica mi sussurrava qualcosa ed io la seguivo senza fiatare. Prepper, si chiamava. Non avevo il totale controllo di me stessa e forse non lo volevo per la paura di commettere qualche errore fatale. Aveva tutta l’aria di essere un incubo. Uno sguardo allo specchio delineava lineamenti anonimi. Sembravo un essere fuori dal mondo. Non mi conoscevo.

Era solo il preambolo dell’inferno che lentamente si stava dipanando nelle arterie di Londra. Avrei tanto voluto fosse solo un incubo. […]

Ogni tanto mi fermavo a piangere e ansimando osservavo attentamente la mia mazza da cricket. Un aggeggio utilizzato per colpire palline da gioco. Qui serviva per spaccare le teste. Rimasugli di carne, sangue e cervella putrefatte colavano giù per il legno fino ai polsi e le mani, da lì gocciolavano sul terreno ticchettando una canzone di morte. Quando il fetore s’impadroniva dei vestiti potevi cambiarli, quando impregnava la carne, la tua carne, era finita. Eri quasi uno di loro; io dicevo al 50 per cento: un buon 25 era l’istinto animalesco, un altro 25  l’aspetto. L’altro 50  era la paura. La paura era l’unica cosa che mi differenziava da loro. […]

Spaccare crani e depredare borse era diventata la mia preoccupazione principale. Quando incontravo uno di quei poveretti tentavo per qualche secondo di immaginarmi la loro storia, le loro fughe, i loro tentativi di sopravvivenza. Avevano una famiglia? Provavo pietà. Poi il terrore faceva il resto. Dimenticavo. In questi casi è l’organismo che comanda, le connessioni saltano: o si attacca o si fugge. Non c’è tempo per pensare quando il rumore di denti stritolati e grida fameliche ti martellano i timpani. […]

Ho mangiato topi e imparato a sparare. Pistole, fucili, persino granate. Mai avrei pensato di saper utilizzare una bomba molotov […]

Ero in cerca di viveri e munizioni. Uscita dall’ennesimo cuniculo mi trovai in un piazzale diretta a Buckingam Palace. Quella strana voce mi aveva detto di andare lì, e senza troppe storie stavo ubbidendo. Qualsiasi cosa fosse non avevo niente da perdere. In lontananza vidi un poveretto illuminato dalla luce della luna. Spensi la mia torcia per non farmi notare, imbracciai la mazza, una rincorsa, e sferrai un potente colpo sulla sua testa. Sapevo che urlare non era una buona idea, ma lo feci più e più volte mentre infierivo sul suo cranio ormai spappolato. Gocce di sangue e chissà cos’altro colorarono il terreno e la mia faccia. Presi tutto quello che aveva: un bengala, un kit di pronto soccorso e qualche munizione. Trovai un’officina, dove mi barricai riposando per qualche ora.

Quando mi svegliai gli occhi erano appiccicati. I suoni erano ancora sfuocati e sembravano provenire da lontano, ma erano assolutamente inconfondibili. Prepper mi stava avvisando che un’orda di quei cosi si stava dirigendo verso di me. Era meglio darsi una mossa. Tolsi le travi. Semi paralizzata. Adocchiai una mitragliatrice fissa lasciata lì da chissà chi, poco importava. La impugnai, controllando in qualche maniera che fosse caricata e aspettai. Le urla si facevano sempre più incombenti e oramai non potevo scappare da nessuna parte. Il tempo si dilatava e restringeva, il respiro si faceva affannoso e il corpo lottava con la disperazione.

Arrivarono in tanti, ed io cominciai a sparare aprendo e serrando le palpebre. Li vedevo cadere uno dopo l’altro. Ma erano maledettamente troppi. Frattaglie di carne, braccia, gambe e cervella schizzavano in ogni dove. Sembrava di essere in un fottuto tritacarne. Mentre sparavo uno di loro mi sorprese alle spalle con un unghiata che mi tolse il fiato. Cacciai un urlo, lasciai la mitragliatrice e scappai. Presi al volo la pistola facendo cadere provviste e bengala, le mani e le braccia erano tremanti, il fiato grosso, e il cuore pompava incessantemente sangue in tutti gli anfratti del mio corpo. Sparai un caricatore intero verso quelle bestie che si avvicinavano veloci e fameliche. Tre caddero, due rimasero. Finiti i colpi non ebbi il tempo di ricaricare. Il sangue continuava a colare e i passi si facevano sempre più pesanti. Sfoderai la mazza da cricket e con impeto suicida, con le ultime forze rimaste, sferrai un colpo potentissimo sulla testa di uno di loro: aveva un casco che balzò in aria. Fu allora che infierii fino a farlo cadere rantolante. Nel frattempo si avvicinò l’altro. Ormai uno contro uno era diventato facile. Gli toccò la stessa sorte, ma questa volta ebbi il tempo di calcolare i colpi in modo da fargli  ancora più male, semmai potessero provare dolore. Tornai dal primo, rantolante ma ancora vivo, e finii il lavoro facendogli schizzare le cervella.

Era fatta. Ero salva, per ora.

Raccolsi la roba caduta, frugai qualche cadavere, m’inginocchiai per terra e piansi.

Prepper mi incitò bruscamente a ritrovare la strada.

Obbedii.