Il Disordine delle Cose


Perseo macchiato dal sangue di Medusa
f o r t i f i c ò            Micene
nei miti dell’uomo antico
Dèi e uomini                           suonavano le stesse Arpe

 

La materia del sogno non emette sentenze

ma                           simboli

Lilith abbraccia il serpente

demone, moglie,                   amante, Grande Madre

 

Nel disordine delle cose

quali passi descrivono la notte?

A ritmo incatenato di frasi (in)dotte

meteore echeggiano nelle prime serate afose.

 

“Mescaline” sostanze

riempiono i muri delle stanze:

specchio come anfiteatro

spettatore malcelato.

 

Ovunque risieda l’armonia

negli astri o nell’Anello di Gige

è una canzone d’utopia

che splende soltanto negli occhi di chi vige.

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Ora


E venivi dalla pioggia,

e l’aria rarefatta e umida dei vicoli

dilatava i ciottoli madidi.

Nelle pozze,

vischio e mari dolci,

vi si riflettevano allucinazioni sospese:

cielo-in-terra.

S’infrangevano i passi sul sogno,

increspato con metro di realtà.

Per un attimo era armonia senza contesto.

Melodia senza costante.

Poi quiete e di nuovo, musica.

Frammenti


 

Sirene di navi lontane echeggiano sugli scogli,

un’aria maldestra risacca negli ultimi passi che dividono la terra e la linfa;

ricordi salmastri si uniscono a intermittenza:

come sabbia e spuma e corrente,

come frammenti illuminati dall’ombra di un faro,

irridono l’umana ragione.

Fato sfuggevole, cono di luce, intermittente, languisce trasverso le cardinalità del tempo:

passato, presente e futuro

– mai così opachi mai così vividi –

attraversano la cruna e grondanti scivolano senza pungersi.

La carne esige una rinascita di sangue laddove dolore e vita s’acquietano.

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Purtroppo o per fortuna


A volte credo sia necessario staccare la testa. Non intenso come prendere un periodo di riposo, fare una pausa. Staccare la testa nel senso di spegnere la mente, lasciare accesa solo la lucina rossa di stand by, per garantire le funzioni minime. In modo da diventare ingenui, quasi istintivi. Agire diretti sul bersaglio, cogliere attimo per attimo i traguardi intermedi che portano ad un risultato, e vivere sul precipizio senza lamentarsi di eventuali cadute che potevano essere facilmente pronosticabili. 

Facciamo sempre l’errore di essere troppo egocentrici pensatori, non consideriamo gli altri. Semplicemente tutto ruota intorno a noi e quello che è sbagliato per noi, è sbagliato anche per gli altri. Non è così: una nostra illusuione è nostra e solo nostra, una nostro pensiero appartiene solo a noi. Nella nostra mente è tutto così schematizzato che al minimo intoppo salta l’intero programma, questo perchè non ci rendiamo conto che il mondo non è sotto il nostro comando ma è il mondo stesso che muove i nostri fili come fossimo marionette. Ciò che non riusciamo a controllare sono solo le emozioni, gli stati d’animo: è il primo maledettissimo mezzo di comunicazione, croce e delizia dei rapporti umani; fa cadere ogni maschera, ogni tentativo di celare qualcosa. La capacità di controllare le emozioni è indirettamente proporzionale alla voglia di esprimerle, la loro manifestazione fisica è inconfondibile e al tempo stesso suscita altre emozioni, pregiudizi e magari tutta una serie di (pre)concetti sbagliati.

Non me ne sono accorto studiando psicologia, me ne sono accorto perchè convivo con la realtà ogni singolo giorno. Ci conviviamo tutti, e per quanto siamo consapevoli di cose del genere, tendiamo sempre a mettere barriere, a non essere diretti, stampando la nostra ambiguità sulle facce della gente, dandogli in pasto atteggiamenti da interpretare, catologare e vagliare, creando scompiglio e incomprensione. Quando, in realtà, per capire basterebbe poco, tanti piccoli sforzi congiunti per rendere questo mondo più compreso, per rendere ogni gesto più comprensivo, senza dover far intervenire il nostro filtro fallace, che, costruito attorno alla nostra univoca personalità, rende quello stesso gesto così poliedrico e ricco di significati da risultare incomprensibile. Ci sarebbero tante giustificazioni da appore a questi atteggiamenti ma tutte ruotano attorno all’accessibilità, alla semplicità con la quale ci rimane così tanto facile camuffarci dietro una retorica spicciola. Ciò che intendo dire è che il verde è verde e tutti dovrebbero accettare che è così, non ci dovrebbe essere chi dice che “potrebbe” essere verde, o che “potrebbe” essere una combinazione di blu e giallo. Il totale è sempre diverso dalla somma delle singole parti, un’emozione come la rabbia non è la somma degli eventi di una giornata storta, ma ne è forse una conseguenza di – diversa forma –

In questo periodo mi sento un essere razionale immerso in un mondo completamente irrazionale, alla ricerca di una logica irrazionalità. Questo mio intervento è la riprova dell’ambiguità di cui parlavo, la semplicità con cui batto le parole, ora, è data dalla semplicità con cui riesco ad essere vago e, allo stesso tempo, è alimentata da un groviglio di emozioni uniche, forse sbagliate, ma genuine. Significa qualcosa, forse sì, ma questo non è il momento per dirlo. Questo stesso discorso potrebbe essere interpretato in tanti modi quante sono le persone che lo leggono, perchè saranno inesorabilmente costrette a filtrarlo, a vederlo attraverso i loro occhi, e non è detto che nei loro occhi si celi lo stesso significato d’origine. Che poi un significato è mutevole anche all’interno della persona stessa. Il risultato è troppo, troppo confuso, e questa confusione è un po’ il brodo primordiale da cui siamo nati, cresciuti e plasmati.

– Laura varcò la soglia di casa e la richiuse dietro le sue spalle. Appoggiò la schiena al muro portandosi le mani sulla fronte, strinse la sua lunga chioma di capelli fra le dita, come se dovesse strapparli, come se non avessero più niente da dire. In realtà sapevano. Un lungo sospiro interruppe il fluire di sconclusionati pensieri. Si morse il labbro. Anche lui sapeva. E anche tutto il corpo sapeva, ogni minimo centimetro di pelle aveva assistito. In realtà si chiedeva: “cos’è che doveva sapere?” –