Erano solo parole


Le parole: tentativi,

approssimazioni reiterate

di esprimere l’intangibile,

corpo e mutata forma di…[parola].

Simboli viscerali e congiunzioni razionali.

Si sospendono nell’accoglienza.

Le grammatiche dei suoni

barattano significati.

 

Sui ring si combattono

guerre di logoramento.

 

 

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La nostalgia del presente


Salite,

su sguardi appesi nel tempo

Salite,

sui dadi distesi d’arti

Salite,

sulle schiene baciate dai riflessi dei ciottoli

Salite,

sui seni coltivati di meriggio

Salite,

sui tomi usurati d’eterno

Salite,

su plettri asmanti, pellicole scollate da ricordi, misture e acquerelli e orgasmi!

Voi, salite!

Pendenti, ebbri, sudanti, aggrovigliati nel sangue ululante di momenti imperfetti,

e assenti,

e la deriva si fa  madre,

e il resto del tutto, fluisce e finisce – nella nostalgia del presente.

 

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Osservando


Erano le 21.59 e Filippo stava salendo l’ultimo gradino che lo separava dalla porta che sanciva il confine tra il suo mondo e quello degli altri. Un’altra giornata era volta a termine ed aveva lasciato ulteriori indelebili segni sul suo volto, di quei segni che non si vedono dall’esterno facendo colazione insieme, ma che forse emergono dopo una cena e qualche centilitro di vino. Girò la chiave della porta, entrò in casa e lasciò la borsa sul mobile alla sua sinistra; la polvere ricopriva ormai molti anfratti di quel posto, ma aveva risparmiato quei piccoli spazi rivolti alle consuetudini.

A piccoli passi avanzò verso la cucina togliendosi il cappotto, si passò una mano sulla fronte strusciandosi ruvidamente e, nel gesto successivo, strinse il pollice e l’indice della mano destra sui suoi occhi, non prima di averli strizzati a dovere. Dopo qualche secondo di nebbia tornò a vedere e gli sembrò di notare strane luci splendenti davanti a sé. Era vestito di tutto punto con un gessato grigio e una camicia bianca, come si addiceva al suo lavoro dove l’eleganza non è una consuetudine ma un obbligo. Prese un bicchiere d’acqua e il suo sguardo cadde in basso sulle sue scarpe nere che lucidava accuratamente ogni sera e che tornavano la sera successiva sempre un po’ più sporche, un po’ più sbiadite. Aprì il frigo e addentò un avanzo di pizza di non si sa quando; nel frattempo arrivò Grisù, il suo gatto (forse allertato dal rumore dei suoi passi) e in maniera un po’ ruffiana drizzò la coda e cominciò a strusciarsi ai suoi pantaloni; Filippo quasi impietosito gli offrì un po’ della sua cena. Lo osservò mentre masticava avidamente rannicchiato sulle zampe; di tanto in tanto oscillava leggermente il capo mentre deglutiva, prima da una parte poi dall’altra come se volesse dirgli che si meritava qualcosa di meglio di un pezzo di pizza rancido; una volta finito il boccone Grisù lo guardò nuovamente per assicurarsi che il pasto fosse terminato e tornò di nuovo alle sue faccende. Era un gatto molto pigro ma sembrava essere indifferente al tempo, Filippo gli voleva un gran bene ma lo invidiava per questa sua aria rilassata, pacata, dolce e indifferente che ogni sera gli sbatteva in faccia. Sorrise amaramente e si diresse verso il salotto, si gettò a peso morto sul divano e appoggiò la testa sulla spalliera chiudendo gli occhi per un attimo; sentì subito qualcosa di rigido che premeva sulla sua schiena, era talmente scomodo da indurlo a rinvenirsi, allora accese la luce posta sul tavolino davanti e frugò dietro di sé trovando un quaderno, ci passò una mano sopra per accarezzare la copertina e lo sfogliò incuriosito: la calligrafia era inconfondibile, si accorse quasi subito che era quello del suo ex-compagno, Michele.

Se n’era andato ormai da tre giorni, dopo quasi dieci anni di convivenza avevano deciso insieme di troncare questa storia, troppi litigi, troppi sotterfugi per tenere la cosa nascosta agli occhi dei vicini, agli occhi di tutti. Due amici non convivono per tutto questo tempo e non si salutano così dolcemente davanti alla porta di casa. Secondo Filippo nessuno doveva sapere niente della loro storia, comprese le rispettive famiglie; Michele ha sempre lottato contro questa rigida convinzione del compagno, ma alla fine è sempre finito col sottomettervisi…fino a qualche giorno fa, fino all’ennesimo litigio sull’importanza della “discrezione” che Michele avrebbe dovuto tenere durante la prossima cena con i colleghi di Filippo: “non devi farli sospettare” gli diceva, “ti prego è importante” proseguiva. Tutte espressioni che lo facevano bollire dalla rabbia. Volarono parole grosse, ricordi e rancori passati, il bicchiere era colmo e mancava solo l’ultima goccia che arrivò inesorabile quando tutte e quattro le labbra schioccarono sentenziando la medesima parola: “basta”.

Filippo cercò di scacciare questi ricordi e si spostò in avanti per trovare le sigarette, allungò la mano per prenderne una ma inciampò su un vecchio soprammobile che cadde alla sua sinistra. Quest’incidente destò la sua attenzione, allora rialzò l’oggetto, estrasse una sigaretta dal pacchetto, la accese e si mise ad osservarlo aggrottando la fronte: non ricordava né come, né quando era stato messo lì, ma grazie alla sua particolarità si legò prepotentemente ai suoi pensieri. Era una statuetta che rappresentava un giovane ragazzo seduto su uno sgabello con fare pensieroso; l’oggetto presentava un dettaglio macroscopico che attirava il suo interesse: gran parte del corpo di quella figura era assente, presentava un buco, un vuoto che andava dalle spalle fino alle gambe; era come se fosse caduto e la parte centrale si fosse frantumata. Solo la testa, la parte superiore e quella inferiore del tronco erano visibili, il resto era trasparente o meglio assente; la parte superiore si reggeva solo sul braccio destro che era a sua volta appoggiato sul ginocchio della gamba destra facendo perno sul gomito. Il braccio, piegandosi verso l’interno, assumeva una forma di “V” e si slanciava verso il viso con il polso piegato che lasciava il dorso della mano in una posizione che sembrava appoggiarsi e sorreggere il mento, donando alla figura un’aria vagamente misteriosa. Il volto era fresco, comune, accennava ad un sorriso ed era leggermente rivolto verso destra. Dopo averlo osservato per un po’ di tempo Filippo lo adagiò nuovamente sul tavolino in vetro, proprio sotto la luce, e si fermò ancora per qualche istante facendo lampeggiare la cenere della sigaretta: prese il diario, non lesse niente ma lo aprì fino a trovare la prima pagina bianca sulla quale potesse scrivere qualcosa. Fece un bel respiro e si prese ancora del tempo per riorganizzare i pensieri e renderli vividi. Poi, come un fiume in piena che rompe impetuosamente gli argini, si abbandonò al flusso di coscienza…

Adesso sei qui accanto a me mentre scrivo, leggermente spostato a sinistra rispetto alla mia posizione, io ti osservo ma tu non mi scruti e guardi altrove, in basso; denoti una certa timidezza distogliendo lo sguardo, la luce che proviene dall’alto forma delle ombre sul tuo volto che ti donano un’espressione quasi cavernosa, buia, tetra, schiva, glaciale, dal tuo sguardo sembra trasparire amarezza, durezza, tristezza; ma basta scendere un po’ da quelle pieghe per scovare un sorriso, un sorriso che muta completamente la mia impressione su di te: non sembri divertito ma piuttosto sprezzante, ora denoti una certa sicurezza, ma è come se tu non volessi parlarmi direttamente, sei girato ma sai cosa vuoi dirmi, forse vuoi solo sbeffeggiarmi o magari vuoi solo ridere con me. Da questa nuova prospettiva quella crudezza che prima era così tanto incisiva ha assunto toni pacati: le caverne del tuo viso, sotto questa luce, non sono poi così tanto buie e imperscrutabili come ad una prima occhiata. Sai, mi ricordi “il Pensatore”, una celebre scultura dell’artista francese Rodin a me particolarmente cara a causa del suo significato simbolico che richiama il pensiero filosofico ma non solo, anche un modo di riflettere e di penetrare la realtà stessa. Anche la tua mano adagiata sotto il mento è messa nella stessa posizione, sembra che lo sorregga, ma a guardar bene è solo un’illusione ottica, in realtà tra il dorso della tua mano e la base del mento c’è una lievissima intercapedine, mentre nella scultura di Rodin sembra che ci sia un effettivo contatto. Questa differenza, all’apparenza così banale, in realtà denota una certa “leggerezza”, è quasi come se tu mi volessi ingannare, come se mi volessi comunicare una debolezza che in realtà non c’è, il tuo capo si regge benissimo da solo senza che ci sia bisogno di un sostegno: “ti sembro in difficoltà ma non è così”; realtà-apparenza sono racchiuse nel tratto di quella lieve fessura dalla quale filtra della luce solo scovandola con uno sguardo attento. Inoltre, rispetto “al Pensatore”, la tua mano sinistra risulta adagiata sulla gamba destra, mentre nella scultura è appoggiata su quella opposta; non sei stato abbastanza accorto oppure lo sapevi? Volevi vedere se ero attento? In ogni caso sembra che la tua mano sia rilassata, non denota nessuno sforzo particolare, giusto il dito indice sembra premere con più forza inarcandosi leggermente. Indossi una camicia bianca, all’apparenza comunissima, ti cade abbastanza bene, ma c’è un piccolo particolare che desta la mia attenzione: la manica è molto larga e ricorda da vicino quei vestiti che indossavano gli attori di Shakespeariana memoria. Probabilmente lo sei anche tu, e forse sei anche molto bravo, allora mi viene da domandarmi se questa tua presunta fragilità non sia altro che tutta una recita, un burlesque Felliniano. Volevi farmela? Forse non ci sono caduto o forse non volevi che ci cadessi. I tuoi pantaloni e le tue scarpe sono semplici, a tratti logori e sbiaditi, simbolo di una decadenza voluta o impossibile da mascherare? Forse sei solo un attore da quattro soldi alla ricerca di qualche spicciolo e di pochi attimi di notorietà, o forse è così che vuoi apparirmi: vestendoti in questo modo non fai altro che contribuire alla tua immagine sgretolata dando l’impressione di avere un profondo bisogno di aiuto. Tu, seduto su quel panchetto di legno, che guardi nel vuoto con quel sorriso beatamente beffardo; no, io penso che tu stia fingendo, che tu sia molto bravo nel farlo e che tutta questa storia sia solo una messa in scena per prenderti gioco di me. Poi c’è quel vuoto, un vuoto al quale è impossibile soprassedere; io ti guardo da diverse angolazioni ed ogni volta mi mostri qualcosa di diverso attraverso di te, non mi rivedo, non sei uno specchio, il tuo corpo è evanescenza: adesso vedo un ruvido muro, adesso della luce, adesso un libro, adesso una scrivania, adesso qualche penna e un po’ di cancelleria, adesso delle cuffie, adesso uno schermo, adesso una foto, un ricordo, adesso…i tuoi organi non ci sono, come fai a sopravvivere? Non hai una spina dorsale eppure riesci a stare in posizione eretta: niente cuore, nessuna terminazione nervosa, né polmoni, né fegato, né milza, né intestino. Tu non vivi nel senso biologico del termine, eppure sorridi, forse ti emozioni. Questo tuo essere/non essere mi rilassa, è come se mi avvicinasse all’immortalità, a un concetto di vita rocambolesco dove la realtà è un circo che si prostituisce all’apparenza, mi aiuti a capire che per vivere non basta solamente respirare, perché tu non vivi ma bensì esisti come combinazione di parti in continuo interscambio. La tua coscienza è spalmata sul mondo circostante e in esso liquefatta, assume diverse forme e cangia, ma rimane incastonata in quella postura beffarda. Mi confondi e non so come leggerti, un momento vorrei toccarti per sentire le crepe nella tua consistenza, sentire la tua beatitudine, la tua leggerezza; il momento dopo non desidero altro che frantumarti con violenza per veder sparire per sempre questa tua ambiguità, così fastidiosa, così impossibile da riproporre. Forse la mia è solo gelosia nei confronti di chi non ha bisogno di porsi delle domande e che nonostante tutto va. No, no… semplicemente penso che ti lascerò lì ad esistere, a fonderti con il mondo, a combattere con il tuo vuoto e le tue maschere, fino in fondo, se ci sono; forse per te non sarà troppo difficile, ti basta stare lì immobile senza far caso a tutto quel rumore, a tutto quel trambusto che alberga tra le pieghe di questo mondo: mio, tuo, nostro.

Con queste righe chiuse il quaderno, si accasciò rovinosamente sul divano approfittando della sua offerta di comodità; nel frattempo arrivò Grisù che si appallottolò vicino a lui appoggiando il musetto sul suo ginocchio alla ricerca di qualche coccola che non tardò ad arrivare; soddisfatto lo guardò ancora per un istante prima di chiudere delicatamente i suoi occhi lucidi e assonnati. “Tu sì che sei un gatto fortunato” esclamò Filippo mentre spense l’ennesima sigaretta nel portacenere ricolmo. Adesso stava assaporando la vita, la sue sfaccettature, i suoi dolori, la sua intimità, il suo scorrere così pesante e così leggero come fosse un fiume di metalli impazziti; si rese ben presto conto che non era pronto a ricucire quelle pieghe con qualche parola e qualche carezza. Si era fatto tardi e stremato non fece in tempo a scollegarsi dal suo mondo che si dovette celermente concedere ai suoi sogni, mai così vividi, in attesa del domani.

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