Psicoatrofie


Poeta non sei altro che un vile

Scarnifichi la tua bile in veli d’inchiostro

Poeta inumano

costruisci salvezze su cumuli di macerie

arroccando certezze in granelli di sabbia

Poeta redento

nell’illusione di una ricerca senza moto

Poeta villano

E le tue colpe autocentrate

hanno reso questi mondi calici di vino versato

Immolarsi nel crepuscolo non è altro che un gioco senza meta

dove il compiacimento ti attende al varco

Poeta e il martirio di chi sceglie l’esca dell’ urlo indolore:

Cristo non è morto per te, ma con te

Frammenti


 

Sirene di navi lontane echeggiano sugli scogli,

un’aria maldestra risacca negli ultimi passi che dividono la terra e la linfa;

ricordi salmastri si uniscono a intermittenza:

come sabbia e spuma e corrente,

come frammenti illuminati dall’ombra di un faro,

irridono l’umana ragione.

Fato sfuggevole, cono di luce, intermittente, languisce trasverso le cardinalità del tempo:

passato, presente e futuro

– mai così opachi mai così vividi –

attraversano la cruna e grondanti scivolano senza pungersi.

La carne esige una rinascita di sangue laddove dolore e vita s’acquietano.

IMG_2016-07-02 04:33:21 (1)

 

 

Logica e illogica del possesso


La logica del possesso è strettamente legata alla finitezza di questo; avvertirne la temporaneità ci libera dall’oppressione del possedere come proiezione razionale di uno stato immaginifico infinito. Ed è attraverso il godimento dello stato “momentaneo” di fruizione che si dipana la miglior (illogica) accezione del possesso che, liberato dalla costrizione della domanda/richiesta di temporalità, trova paradossalmente piena espressione di essere temporalmente e indefinitamente dilatato verso un simbolico infinito, ora non più razionalmente coordinato, ma oniricamente, sensorialmente e pienamente collaudato.

D’umana bellezza


La bellezza sta nell’istantanea concessione all’indefinitezza.

Nell’assenza o nell’esasperazione dei sensi.

Nell’incomunicabilità partecipata.

Nell’illusione di essere con gli altri e in simbiosi con il Sé.

Nella verità dell’arte.

Nello sguardo dilatato che tradisce ogni rivolo di costruzione reale o immaginata.

Nel godimento di lasciarsi vedere e lasciarsi ascoltare, e toccare e uccidersi in quei secondi che la storia umana rende irripetibili.

The day before the end

Un’isola (che c’è e non c’è)


Delimitare è un fatto umano e non geografico.

Dentro e fuori nel gioco dell’avanzo e degli scarti di vita ammanettati da opuscoli di istruzioni. Si avanza a macchie di leopardo o “isole” di felicità, catapultati da un caotico disavanzo che il più delle volte viene scaraventato sullo sterno come “corpo-morto-cade”.

Un’isola delimita sempre ciò che sta dentro e ciò che sta fuori.

E ciò che sta dentro annienta ciò che sta fuori, e ciò che sta fuori sarà dentro, prima o poi, o resterà sempre fuori. In una pantomima di passi nel buio sull’acqua che si espandono ad onde concentriche e risucchiano, e si contorcono, e si contraggono. Si spaccano, deviano il loro percorso noncuranti dei fatti umani, ma allo stesso tempo profondamente umani di per Sé. In un’isola si va e si viene, ma per farlo occorre spostarsi e superare ostacoli digitali, come il “Morse”, c’è e non c’è, e quando c’è si sente, e quando non c’è non c’è e basta. Banalizzazione del non esserci come annientamento dei sensi. Ma in un’isola ci siamo, a volte, e in quanto tale sentiamo e assaporiamo e vi torniamo. E l’esperienza dilata il tempo dell’esserci in forme anacronistiche di velocità.

Ma l’isola che non c’è, quando non ci siamo, cambia ad insaputa, eppure muta lasciando lo spazio all’interno del pensiero di non esserci. E’ l’isola assume essenza e significato solo nel momento presente dell’esserci in quanto “sopravvive” nell’illusione di un controllo quantomai ectoplasmatico. L’esperienza umana non può che essere assoggettata nella diade attacco-fuga verso le isole delimitate come riflessi di propri sogni e aspettative.

Ma è nel perverso calderone dell’emotiva-razionalità, trappola umana, che tutto si sgretola e brucia, e quando l’esserci invade il non esserci, e il non esserci invade l’esserci, e la contaminazione oleosa trapassa l’oasi di beatitudine scavalcando i limiti e aggredendo le delimitazioni. L’espansione acquatica, l’annullamento dei confini come luoghi sicuri dell’esperienza non è che il frutto della tendenza umana a non assoggettarsi al momento presente come qualità unica, e assolutamente e magnificamente irripetibile, del momento.

E l’isola in realtà non è altro che un’infinitesima qualità del secondo. Troppo difficile per essere pensato, e quindi per essere apprezzato.

Qualcuno deve pur camminare


Un giorno, un uomo camminava…
 
Sulla sua strada incontrò l’ ispirazione.
 
– Perché ti pari davanti? – gli chiese.
 
<<Manifestazione della tua espressione. Io non sono certezza, io non sono fine, sono solo un inizio. Usami bene o usami male: stracciami, sprecami, godi con me. Ma ti prego, usami.>>
 
L’uomo passò oltre e continuò a marciare.
 
Sulla sua strada incontrò il dubbio.
 
– Perché ti pari davanti? – gli chiese.
 
<<Sono qui per assillarti e confonderti. Trovo la gioia nei tuoi rimpianti, nei tuoi rimorsi, nella tua incostanza. Sono un abbraccio senza conforto, non puoi non bramarmi.>>
 
Nuovamente, l’uomo, tornò sui suoi passi.
 
Sulla sua strada incontrò la rabbia.
 
– Perché ti pari davanti? – gli chiese.
 
<<Per scuoterti e deriderti. Per farti vedere quanto sei debole e impulsivo. Senza di me non sopravvivi.>>
 
Si allontanò con il solito passo.
 
Sulla sua strada incontrò la pazienza.
 
– Perché ti pari davanti? – gli chiese.
 
<<Per aspettarti o per ammazzarti.>>
 
Dopo un attimo di titubanza, l’uomo, preseguì.
 
Sulla sua strada incontrò il dispiacere.
 
– Perché ti pari davanti? – gli chiese.
 
<<Il mio compito è renderti forte. Compagno di rabbia e dolore, l’ oscillazione più estrema di un pendolo. Sono una tappa del tuo cammino, credi in me o non potrai proseguire.>>
 
Ancora avanti. Passo dopo passo.
 
Sulla sua strada incontrò una risata.
 
– Perché ti pari davanti? – gli chiese.
 
<<Perché è così che tutto finisce. Attraverso di me plachi il tuo animo. Fonte effimera sorella di gioia.>>
 
Un altro passo e vide la meta.
 
Davanti a lui, la verità.
 
– Cosa sei? – chiese l’uomo.
 
<<Lo stadio finale. Non esisto, ma sopravvivo sempre e solo nell’uomo.>>
<<Salvifica illusione permanente. >>
 
Fine.
 
Lo dedico a un pomeriggio piovoso.