Psicoatrofie


Poeta non sei altro che un vile

Scarnifichi la tua bile in veli d’inchiostro

Poeta inumano

costruisci salvezze su cumuli di macerie

arroccando certezze in granelli di sabbia

Poeta redento

nell’illusione di una ricerca senza moto

Poeta villano

E le tue colpe autocentrate

hanno reso questi mondi calici di vino versato

Immolarsi nel crepuscolo non è altro che un gioco senza meta

dove il compiacimento ti attende al varco

Poeta e il martirio di chi sceglie l’esca dell’ urlo indolore:

Cristo non è morto per te, ma con te

Logica e illogica del possesso


La logica del possesso è strettamente legata alla finitezza di questo; avvertirne la temporaneità ci libera dall’oppressione del possedere come proiezione razionale di uno stato immaginifico infinito. Ed è attraverso il godimento dello stato “momentaneo” di fruizione che si dipana la miglior (illogica) accezione del possesso che, liberato dalla costrizione della domanda/richiesta di temporalità, trova paradossalmente piena espressione di essere temporalmente e indefinitamente dilatato verso un simbolico infinito, ora non più razionalmente coordinato, ma oniricamente, sensorialmente e pienamente collaudato.

D’umana bellezza


La bellezza sta nell’istantanea concessione all’indefinitezza.

Nell’assenza o nell’esasperazione dei sensi.

Nell’incomunicabilità partecipata.

Nell’illusione di essere con gli altri e in simbiosi con il Sé.

Nella verità dell’arte.

Nello sguardo dilatato che tradisce ogni rivolo di costruzione reale o immaginata.

Nel godimento di lasciarsi vedere e lasciarsi ascoltare, e toccare e uccidersi in quei secondi che la storia umana rende irripetibili.

The day before the end

Scrivo troppo per metafore


Mi sento come se camminnasi in equilibrio su un’asta, al buio, con una folla di gente intorno che mi incita a proseguire, che mi consiglia di lasciarmi cadere o che se ne sta zitta.
“Corri, corri, non pensare” – “Se scendi, la strada sarà più semplice” – “…”
 
Non si vede ancora niente all’orizzonte.
 
Tutte quelle persone sono come specchi, ognuna riflette un’ immagine diversa di me, un’ immagine che hanno interiorizzato e ripropongono al mittente. Il percepirsi è lo somma di tutte quelle rappresentazioni. Quindi, in un certo qualmodo, sono gli altri a decidere come sono io. Di conseguenza sparisce “l’oggettivo” in favore di una sorta di “soggettività collettiva”. Una qualità positiva o negativa è veramente tale solo quando è riconosciuta dagli altri.
 
Il problema sorge quando gli altri riflettono un’ immagine che non è frutto di una loro “vera” rappresentazione personale, bensì il risultato di una qualche “falsa” espressione.
 
Le immagini “vere”, si sommano a quelle “false” in un vortice di confusione. 

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A questo punto devi essere bravo a filtrare, o rischi di diventare “falsa espressione” a tua volta. Quel filtro è uno specchio interno che potrebbe chiamarsi personalità.
 
Infrangere gli specchi “falsi” è un passo in più verso l’ orizzonte.