Il Disordine delle Cose


Perseo macchiato dal sangue di Medusa
f o r t i f i c ò            Micene
nei miti dell’uomo antico
Dèi e uomini                           suonavano le stesse Arpe

 

La materia del sogno non emette sentenze

ma                           simboli

Lilith abbraccia il serpente

demone, moglie,                   amante, Grande Madre

 

Nel disordine delle cose

quali passi descrivono la notte?

A ritmo incatenato di frasi (in)dotte

meteore echeggiano nelle prime serate afose.

 

“Mescaline” sostanze

riempiono i muri delle stanze:

specchio come anfiteatro

spettatore malcelato.

 

Ovunque risieda l’armonia

negli astri o nell’Anello di Gige

è una canzone d’utopia

che splende soltanto negli occhi di chi vige.

Erano solo parole


Le parole: tentativi,

approssimazioni reiterate

di esprimere l’intangibile,

corpo e mutata forma di…[parola].

Simboli viscerali e congiunzioni razionali.

Si sospendono nell’accoglienza.

Le grammatiche dei suoni

barattano significati.

 

Sui ring si combattono

guerre di logoramento.

 

 

Psicoatrofie


Poeta non sei altro che un vile

Scarnifichi la tua bile in veli d’inchiostro

Poeta inumano

costruisci salvezze su cumuli di macerie

arroccando certezze in granelli di sabbia

Poeta redento

nell’illusione di una ricerca senza moto

Poeta villano

E le tue colpe autocentrate

hanno reso questi mondi calici di vino versato

Immolarsi nel crepuscolo non è altro che un gioco senza meta

dove il compiacimento ti attende al varco

Poeta e il martirio di chi sceglie l’esca dell’ urlo indolore:

Cristo non è morto per te, ma con te

La nostalgia del presente


Salite,

su sguardi appesi nel tempo

Salite,

sui dadi distesi d’arti

Salite,

sulle schiene baciate dai riflessi dei ciottoli

Salite,

sui seni coltivati di meriggio

Salite,

sui tomi usurati d’eterno

Salite,

su plettri asmanti, pellicole scollate da ricordi, misture e acquerelli e orgasmi!

Voi, salite!

Pendenti, ebbri, sudanti, aggrovigliati nel sangue ululante di momenti imperfetti,

e assenti,

e la deriva si fa  madre,

e il resto del tutto, fluisce e finisce – nella nostalgia del presente.

 

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Logica e illogica del possesso


La logica del possesso è strettamente legata alla finitezza di questo; avvertirne la temporaneità ci libera dall’oppressione del possedere come proiezione razionale di uno stato immaginifico infinito. Ed è attraverso il godimento dello stato “momentaneo” di fruizione che si dipana la miglior (illogica) accezione del possesso che, liberato dalla costrizione della domanda/richiesta di temporalità, trova paradossalmente piena espressione di essere temporalmente e indefinitamente dilatato verso un simbolico infinito, ora non più razionalmente coordinato, ma oniricamente, sensorialmente e pienamente collaudato.

D’umana bellezza


La bellezza sta nell’istantanea concessione all’indefinitezza.

Nell’assenza o nell’esasperazione dei sensi.

Nell’incomunicabilità partecipata.

Nell’illusione di essere con gli altri e in simbiosi con il Sé.

Nella verità dell’arte.

Nello sguardo dilatato che tradisce ogni rivolo di costruzione reale o immaginata.

Nel godimento di lasciarsi vedere e lasciarsi ascoltare, e toccare e uccidersi in quei secondi che la storia umana rende irripetibili.

The day before the end

Un’isola (che c’è e non c’è)


Delimitare è un fatto umano e non geografico.

Dentro e fuori nel gioco dell’avanzo e degli scarti di vita ammanettati da opuscoli di istruzioni. Si avanza a macchie di leopardo o “isole” di felicità, catapultati da un caotico disavanzo che il più delle volte viene scaraventato sullo sterno come “corpo-morto-cade”.

Un’isola delimita sempre ciò che sta dentro e ciò che sta fuori.

E ciò che sta dentro annienta ciò che sta fuori, e ciò che sta fuori sarà dentro, prima o poi, o resterà sempre fuori. In una pantomima di passi nel buio sull’acqua che si espandono ad onde concentriche e risucchiano, e si contorcono, e si contraggono. Si spaccano, deviano il loro percorso noncuranti dei fatti umani, ma allo stesso tempo profondamente umani di per Sé. In un’isola si va e si viene, ma per farlo occorre spostarsi e superare ostacoli digitali, come il “Morse”, c’è e non c’è, e quando c’è si sente, e quando non c’è non c’è e basta. Banalizzazione del non esserci come annientamento dei sensi. Ma in un’isola ci siamo, a volte, e in quanto tale sentiamo e assaporiamo e vi torniamo. E l’esperienza dilata il tempo dell’esserci in forme anacronistiche di velocità.

Ma l’isola che non c’è, quando non ci siamo, cambia ad insaputa, eppure muta lasciando lo spazio all’interno del pensiero di non esserci. E’ l’isola assume essenza e significato solo nel momento presente dell’esserci in quanto “sopravvive” nell’illusione di un controllo quantomai ectoplasmatico. L’esperienza umana non può che essere assoggettata nella diade attacco-fuga verso le isole delimitate come riflessi di propri sogni e aspettative.

Ma è nel perverso calderone dell’emotiva-razionalità, trappola umana, che tutto si sgretola e brucia, e quando l’esserci invade il non esserci, e il non esserci invade l’esserci, e la contaminazione oleosa trapassa l’oasi di beatitudine scavalcando i limiti e aggredendo le delimitazioni. L’espansione acquatica, l’annullamento dei confini come luoghi sicuri dell’esperienza non è che il frutto della tendenza umana a non assoggettarsi al momento presente come qualità unica, e assolutamente e magnificamente irripetibile, del momento.

E l’isola in realtà non è altro che un’infinitesima qualità del secondo. Troppo difficile per essere pensato, e quindi per essere apprezzato.