Psicoatrofie


Poeta non sei altro che un vile

Scarnifichi la tua bile in veli d’inchiostro

Poeta inumano

costruisci salvezze su cumuli di macerie

arroccando certezze in granelli di sabbia

Poeta redento

nell’illusione di una ricerca senza moto

Poeta villano

E le tue colpe autocentrate

hanno reso questi mondi calici di vino versato

Immolarsi nel crepuscolo non è altro che un gioco senza meta

dove il compiacimento ti attende al varco

Poeta e il martirio di chi sceglie l’esca dell’ urlo indolore:

Cristo non è morto per te, ma con te

Logica e illogica del possesso


La logica del possesso è strettamente legata alla finitezza di questo; avvertirne la temporaneità ci libera dall’oppressione del possedere come proiezione razionale di uno stato immaginifico infinito. Ed è attraverso il godimento dello stato “momentaneo” di fruizione che si dipana la miglior (illogica) accezione del possesso che, liberato dalla costrizione della domanda/richiesta di temporalità, trova paradossalmente piena espressione di essere temporalmente e indefinitamente dilatato verso un simbolico infinito, ora non più razionalmente coordinato, ma oniricamente, sensorialmente e pienamente collaudato.

D’umana bellezza


La bellezza sta nell’istantanea concessione all’indefinitezza.

Nell’assenza o nell’esasperazione dei sensi.

Nell’incomunicabilità partecipata.

Nell’illusione di essere con gli altri e in simbiosi con il Sé.

Nella verità dell’arte.

Nello sguardo dilatato che tradisce ogni rivolo di costruzione reale o immaginata.

Nel godimento di lasciarsi vedere e lasciarsi ascoltare, e toccare e uccidersi in quei secondi che la storia umana rende irripetibili.

The day before the end

Un’isola (che c’è e non c’è)


Delimitare è un fatto umano e non geografico.

Dentro e fuori nel gioco dell’avanzo e degli scarti di vita ammanettati da opuscoli di istruzioni. Si avanza a macchie di leopardo o “isole” di felicità, catapultati da un caotico disavanzo che il più delle volte viene scaraventato sullo sterno come “corpo-morto-cade”.

Un’isola delimita sempre ciò che sta dentro e ciò che sta fuori.

E ciò che sta dentro annienta ciò che sta fuori, e ciò che sta fuori sarà dentro, prima o poi, o resterà sempre fuori. In una pantomima di passi nel buio sull’acqua che si espandono ad onde concentriche e risucchiano, e si contorcono, e si contraggono. Si spaccano, deviano il loro percorso noncuranti dei fatti umani, ma allo stesso tempo profondamente umani di per Sé. In un’isola si va e si viene, ma per farlo occorre spostarsi e superare ostacoli digitali, come il “Morse”, c’è e non c’è, e quando c’è si sente, e quando non c’è non c’è e basta. Banalizzazione del non esserci come annientamento dei sensi. Ma in un’isola ci siamo, a volte, e in quanto tale sentiamo e assaporiamo e vi torniamo. E l’esperienza dilata il tempo dell’esserci in forme anacronistiche di velocità.

Ma l’isola che non c’è, quando non ci siamo, cambia ad insaputa, eppure muta lasciando lo spazio all’interno del pensiero di non esserci. E’ l’isola assume essenza e significato solo nel momento presente dell’esserci in quanto “sopravvive” nell’illusione di un controllo quantomai ectoplasmatico. L’esperienza umana non può che essere assoggettata nella diade attacco-fuga verso le isole delimitate come riflessi di propri sogni e aspettative.

Ma è nel perverso calderone dell’emotiva-razionalità, trappola umana, che tutto si sgretola e brucia, e quando l’esserci invade il non esserci, e il non esserci invade l’esserci, e la contaminazione oleosa trapassa l’oasi di beatitudine scavalcando i limiti e aggredendo le delimitazioni. L’espansione acquatica, l’annullamento dei confini come luoghi sicuri dell’esperienza non è che il frutto della tendenza umana a non assoggettarsi al momento presente come qualità unica, e assolutamente e magnificamente irripetibile, del momento.

E l’isola in realtà non è altro che un’infinitesima qualità del secondo. Troppo difficile per essere pensato, e quindi per essere apprezzato.

L’Omino dei biscotti della Fortuna


Penso ai biscotti cinesi della fortuna.

In un “crick” c’è insito il destino di un essere umano.

Probabilmente l’ha scritto una macchina, ma l’ha pensato un dipendente annoiato mentre scoreggiava da solo nella banalità del suo ufficio: bianco latte, con mobili squadrati, sedie da ufficio, tapparelle sganasciate, cassepanche sbucciate e logore da anni di sfregamenti inconsapevoli. L’apoptosi perfetta della caduta di un essere umano.

Il metereopata che ha attinto da un inconscio collettivo collassato di banalità e buoni propositi. Un qualcosa del tipo “sorridi e il mondo riderà con te, piangi e piangerai da solo“. A pensarci bene c’è più poesia in un verso di Trucebaldazzi.

Lo vedo lì mentre si batte la penna sui denti e si scarnifica i neuroni asfittici, troppo imbrigliati a vomitare sulla tomba di Confucio-San come se questi potesse uscire e mandarlo finemente affanculo dopo anni e anni di sfruttamenti impropri.

E lì, giorno dopo giorno, in un processo infinito dove anche il caos alza bandiera bianca e la farfalla che sbatte le ali a New York non si degna più neanche di provocare uragani nel Winsconsin.

Ma il nostro Omino si sbarba la mattina e va avanti in maniera infinita nel loop “ottorizzontale” che in un momento di barbara trasgressione ha deciso di tatuarsi sopra il capezzolo.

Lo stesso capezzolo bagnato dalla prostituta Filippina caricata la sera prima dopo un raid bulimico a base di pancetta e residuati bellici di frigorifero, che non sono altro che manifestazioni ectoplasmatiche di “prendi due paghi tre”, “lascia o raddoppia i punti Jolly”.

Sul cruscotto dell’auto sgongolava la testa del maestro Yoda nella versione da burattino patetico di Episodio II. Mentre preparava il colpo da mollare alla tipa, la molla schizzava a destra e sinistra, seguendo il movimento sincopato della Yaris. La signorina, noncurante del momento catartico, rispondeva al telefono e snocciolava parole incomprensibili mentre la nostra “trivella umana” avrebbe compiuto il suo obbligo riproduttivo, in un mondo inondato da postulati Darwiniani.

Vivo la mia vita un quarto di miglio alla volta” – Vin Diesel, Fast ‘n Furious 7. Scrive il suo nuovo pensierino. Pensate un po’ di trovare questo messaggino nel biscotto. Il tamarro medio avrà un’erezione istantanea, ma una persona con un QI che rientra almeno nel range di +/-1 deviazioni standard dalla media secondo me qualche domanda se la fa. “Cosa cazzo vorrà dire?” “Che devo andare cauto?”. Detto da un tipo che salta impazzito con FerroLamborghini di lusso da un GRATTACIELO ad un altro. “Devo godermi la vita senza pensare alle conseguenze, un passo alla volta?”. Ma la metafora fa veramente schifo. In un quarto di miglia c’è abbastanza spazio per investire un prete con la macchina, e il che mi sollazzarebbe abbastanza, ma poi non dovrei pensare di essere processato in direttissima e condannato ad essere appeso per le gonadi da una giuria cattobigotta?

Il nostro Omino fa spola con la metropolitana tra casa-lavoro, lavoro-casa. In quella bolla di sicurezza avvolgente che lo trattiene e lo repelle. Scrive “chi lascia la strada vecchia per la nuova…” mentre sgranocchia le Fonzies e si lecca le dita solo a metà, perché è meglio non godere troppo, soprattutto se ancora non si è superata la Freudiana fase Fallica.

Quando caca, sempre sul lavoro, gli piace trattenere le feci in modo che rimangano un po’ dentro e un po’ fuori dal buco. E sono i momenti in cui ha maggior ispirazione e pensa al senso della vita, ai moti astrali metaforicamente e simbolicamente rimandati ai moti intestinali, a Dio, all’universo, alla faccia di Scarlett Johansson appiccicata su un filmino random di YouPorn. Il trattenere le feci è sinonimo di tendenza alla procrastinazione, alla goduria dell’attesa, diceva sempre nonno Freud prima di inondarsi le narici di coca. Per me è un modo come un altro per far sguizzare le emmorroidi. Questioni di prismi di realtà e modi di vedere le cose.

Che palle questi Relativisti. “E questo non è, e così no, e non esiste”. Sempre a dire ciò che non è. Saranno sicuramente morti male e poveri scannati, proprio perché non se li è inculati nessuno, e nessuno ha pensato di mettere le loro frasi dentro i biscotti della fortuna. Se con i soldi che non avevano, avessero comprato qualche etto di Capitalismo dal macellaio, anche loro avrebbero cominciato a scrivere che “la vita è come una scatola ci Cioccolatini”.

Omino esce la sera elle 18.00 e si mette berretto e Moncler nell’indifferenza generale. Le sue tre dozzine di aforismi sono sguisciate anche oggi. Probabilmente non cambierà il destino di nessuno semplicemente per il fatto che non lo saprà mai. E tutto ciò che non rientra nel cono di luce, sta in quello d’ombra, e per quanto filosofi esistenzialisti che-non-so-che-cazzo-siano, possano dire il contrario, nel mondo di Omino il cono d’ombra è un rumore di fondo che esce dal tv desintonizzato. Perché forse l’unico destino di questa storia sta proprio nel guscio di Omino.

“Crick”.

Il Pescatore


Scelse il momento più opportuno per scendere le scale.

Quegli occhi stringevano un colore vitreo e trasparente che mai aveva osservato se non fosse per quell’attimo, estremamente poetico e sublimamente didascalico, che scelse di cogliere nel pomeriggio di un giorno che fu, arroccato nelle parole altrui che stringevano significati arditi, nuovi, ma altrettanto così profondamente atavici da risultare scherniti da un conscio subissato di strati di plexiglass.

Si sapeva che Elia modellava la sua vita sui treni. Il rumore della ferraglia risuonava nei viaggi “da e verso” mete prestabilite da caotiche coincidenze. Elia parlava così nella cultura ermetica dei sentimenti bolliti in anfore paleolitiche.

Quella Venere di Willendorf l’aveva osservata a lungo grondante di peccati, e l’aveva toccata affamato di simbolismi, con quel tatto che precede la risposta elettro-sinaptica e arriva prima di tutto alle pelle, all’aspettativa del momento che sarà poi tangibile ma ormai esaurito nella realtà sensoriale, non più pura, ma contaminata dall’assenza del sogno, dalla presenza del battito. Eppure così sublime.

Il caffè risaliva dalla moka ormai da minuti in ebollizione. Elia fu svegliato dal gorgoglio asfissiante di un prodotto finito che continuava asmatico il suo percorso. La aprì e vide un sorriso farsi strada tra i lapilli e il nero puro. Era il “solco di un Pescatore”.

Osservando


Erano le 21.59 e Filippo stava salendo l’ultimo gradino che lo separava dalla porta che sanciva il confine tra il suo mondo e quello degli altri. Un’altra giornata era volta a termine ed aveva lasciato ulteriori indelebili segni sul suo volto, di quei segni che non si vedono dall’esterno facendo colazione insieme, ma che forse emergono dopo una cena e qualche centilitro di vino. Girò la chiave della porta, entrò in casa e lasciò la borsa sul mobile alla sua sinistra; la polvere ricopriva ormai molti anfratti di quel posto, ma aveva risparmiato quei piccoli spazi rivolti alle consuetudini.

A piccoli passi avanzò verso la cucina togliendosi il cappotto, si passò una mano sulla fronte strusciandosi ruvidamente e, nel gesto successivo, strinse il pollice e l’indice della mano destra sui suoi occhi, non prima di averli strizzati a dovere. Dopo qualche secondo di nebbia tornò a vedere e gli sembrò di notare strane luci splendenti davanti a sé. Era vestito di tutto punto con un gessato grigio e una camicia bianca, come si addiceva al suo lavoro dove l’eleganza non è una consuetudine ma un obbligo. Prese un bicchiere d’acqua e il suo sguardo cadde in basso sulle sue scarpe nere che lucidava accuratamente ogni sera e che tornavano la sera successiva sempre un po’ più sporche, un po’ più sbiadite. Aprì il frigo e addentò un avanzo di pizza di non si sa quando; nel frattempo arrivò Grisù, il suo gatto (forse allertato dal rumore dei suoi passi) e in maniera un po’ ruffiana drizzò la coda e cominciò a strusciarsi ai suoi pantaloni; Filippo quasi impietosito gli offrì un po’ della sua cena. Lo osservò mentre masticava avidamente rannicchiato sulle zampe; di tanto in tanto oscillava leggermente il capo mentre deglutiva, prima da una parte poi dall’altra come se volesse dirgli che si meritava qualcosa di meglio di un pezzo di pizza rancido; una volta finito il boccone Grisù lo guardò nuovamente per assicurarsi che il pasto fosse terminato e tornò di nuovo alle sue faccende. Era un gatto molto pigro ma sembrava essere indifferente al tempo, Filippo gli voleva un gran bene ma lo invidiava per questa sua aria rilassata, pacata, dolce e indifferente che ogni sera gli sbatteva in faccia. Sorrise amaramente e si diresse verso il salotto, si gettò a peso morto sul divano e appoggiò la testa sulla spalliera chiudendo gli occhi per un attimo; sentì subito qualcosa di rigido che premeva sulla sua schiena, era talmente scomodo da indurlo a rinvenirsi, allora accese la luce posta sul tavolino davanti e frugò dietro di sé trovando un quaderno, ci passò una mano sopra per accarezzare la copertina e lo sfogliò incuriosito: la calligrafia era inconfondibile, si accorse quasi subito che era quello del suo ex-compagno, Michele.

Se n’era andato ormai da tre giorni, dopo quasi dieci anni di convivenza avevano deciso insieme di troncare questa storia, troppi litigi, troppi sotterfugi per tenere la cosa nascosta agli occhi dei vicini, agli occhi di tutti. Due amici non convivono per tutto questo tempo e non si salutano così dolcemente davanti alla porta di casa. Secondo Filippo nessuno doveva sapere niente della loro storia, comprese le rispettive famiglie; Michele ha sempre lottato contro questa rigida convinzione del compagno, ma alla fine è sempre finito col sottomettervisi…fino a qualche giorno fa, fino all’ennesimo litigio sull’importanza della “discrezione” che Michele avrebbe dovuto tenere durante la prossima cena con i colleghi di Filippo: “non devi farli sospettare” gli diceva, “ti prego è importante” proseguiva. Tutte espressioni che lo facevano bollire dalla rabbia. Volarono parole grosse, ricordi e rancori passati, il bicchiere era colmo e mancava solo l’ultima goccia che arrivò inesorabile quando tutte e quattro le labbra schioccarono sentenziando la medesima parola: “basta”.

Filippo cercò di scacciare questi ricordi e si spostò in avanti per trovare le sigarette, allungò la mano per prenderne una ma inciampò su un vecchio soprammobile che cadde alla sua sinistra. Quest’incidente destò la sua attenzione, allora rialzò l’oggetto, estrasse una sigaretta dal pacchetto, la accese e si mise ad osservarlo aggrottando la fronte: non ricordava né come, né quando era stato messo lì, ma grazie alla sua particolarità si legò prepotentemente ai suoi pensieri. Era una statuetta che rappresentava un giovane ragazzo seduto su uno sgabello con fare pensieroso; l’oggetto presentava un dettaglio macroscopico che attirava il suo interesse: gran parte del corpo di quella figura era assente, presentava un buco, un vuoto che andava dalle spalle fino alle gambe; era come se fosse caduto e la parte centrale si fosse frantumata. Solo la testa, la parte superiore e quella inferiore del tronco erano visibili, il resto era trasparente o meglio assente; la parte superiore si reggeva solo sul braccio destro che era a sua volta appoggiato sul ginocchio della gamba destra facendo perno sul gomito. Il braccio, piegandosi verso l’interno, assumeva una forma di “V” e si slanciava verso il viso con il polso piegato che lasciava il dorso della mano in una posizione che sembrava appoggiarsi e sorreggere il mento, donando alla figura un’aria vagamente misteriosa. Il volto era fresco, comune, accennava ad un sorriso ed era leggermente rivolto verso destra. Dopo averlo osservato per un po’ di tempo Filippo lo adagiò nuovamente sul tavolino in vetro, proprio sotto la luce, e si fermò ancora per qualche istante facendo lampeggiare la cenere della sigaretta: prese il diario, non lesse niente ma lo aprì fino a trovare la prima pagina bianca sulla quale potesse scrivere qualcosa. Fece un bel respiro e si prese ancora del tempo per riorganizzare i pensieri e renderli vividi. Poi, come un fiume in piena che rompe impetuosamente gli argini, si abbandonò al flusso di coscienza…

Adesso sei qui accanto a me mentre scrivo, leggermente spostato a sinistra rispetto alla mia posizione, io ti osservo ma tu non mi scruti e guardi altrove, in basso; denoti una certa timidezza distogliendo lo sguardo, la luce che proviene dall’alto forma delle ombre sul tuo volto che ti donano un’espressione quasi cavernosa, buia, tetra, schiva, glaciale, dal tuo sguardo sembra trasparire amarezza, durezza, tristezza; ma basta scendere un po’ da quelle pieghe per scovare un sorriso, un sorriso che muta completamente la mia impressione su di te: non sembri divertito ma piuttosto sprezzante, ora denoti una certa sicurezza, ma è come se tu non volessi parlarmi direttamente, sei girato ma sai cosa vuoi dirmi, forse vuoi solo sbeffeggiarmi o magari vuoi solo ridere con me. Da questa nuova prospettiva quella crudezza che prima era così tanto incisiva ha assunto toni pacati: le caverne del tuo viso, sotto questa luce, non sono poi così tanto buie e imperscrutabili come ad una prima occhiata. Sai, mi ricordi “il Pensatore”, una celebre scultura dell’artista francese Rodin a me particolarmente cara a causa del suo significato simbolico che richiama il pensiero filosofico ma non solo, anche un modo di riflettere e di penetrare la realtà stessa. Anche la tua mano adagiata sotto il mento è messa nella stessa posizione, sembra che lo sorregga, ma a guardar bene è solo un’illusione ottica, in realtà tra il dorso della tua mano e la base del mento c’è una lievissima intercapedine, mentre nella scultura di Rodin sembra che ci sia un effettivo contatto. Questa differenza, all’apparenza così banale, in realtà denota una certa “leggerezza”, è quasi come se tu mi volessi ingannare, come se mi volessi comunicare una debolezza che in realtà non c’è, il tuo capo si regge benissimo da solo senza che ci sia bisogno di un sostegno: “ti sembro in difficoltà ma non è così”; realtà-apparenza sono racchiuse nel tratto di quella lieve fessura dalla quale filtra della luce solo scovandola con uno sguardo attento. Inoltre, rispetto “al Pensatore”, la tua mano sinistra risulta adagiata sulla gamba destra, mentre nella scultura è appoggiata su quella opposta; non sei stato abbastanza accorto oppure lo sapevi? Volevi vedere se ero attento? In ogni caso sembra che la tua mano sia rilassata, non denota nessuno sforzo particolare, giusto il dito indice sembra premere con più forza inarcandosi leggermente. Indossi una camicia bianca, all’apparenza comunissima, ti cade abbastanza bene, ma c’è un piccolo particolare che desta la mia attenzione: la manica è molto larga e ricorda da vicino quei vestiti che indossavano gli attori di Shakespeariana memoria. Probabilmente lo sei anche tu, e forse sei anche molto bravo, allora mi viene da domandarmi se questa tua presunta fragilità non sia altro che tutta una recita, un burlesque Felliniano. Volevi farmela? Forse non ci sono caduto o forse non volevi che ci cadessi. I tuoi pantaloni e le tue scarpe sono semplici, a tratti logori e sbiaditi, simbolo di una decadenza voluta o impossibile da mascherare? Forse sei solo un attore da quattro soldi alla ricerca di qualche spicciolo e di pochi attimi di notorietà, o forse è così che vuoi apparirmi: vestendoti in questo modo non fai altro che contribuire alla tua immagine sgretolata dando l’impressione di avere un profondo bisogno di aiuto. Tu, seduto su quel panchetto di legno, che guardi nel vuoto con quel sorriso beatamente beffardo; no, io penso che tu stia fingendo, che tu sia molto bravo nel farlo e che tutta questa storia sia solo una messa in scena per prenderti gioco di me. Poi c’è quel vuoto, un vuoto al quale è impossibile soprassedere; io ti guardo da diverse angolazioni ed ogni volta mi mostri qualcosa di diverso attraverso di te, non mi rivedo, non sei uno specchio, il tuo corpo è evanescenza: adesso vedo un ruvido muro, adesso della luce, adesso un libro, adesso una scrivania, adesso qualche penna e un po’ di cancelleria, adesso delle cuffie, adesso uno schermo, adesso una foto, un ricordo, adesso…i tuoi organi non ci sono, come fai a sopravvivere? Non hai una spina dorsale eppure riesci a stare in posizione eretta: niente cuore, nessuna terminazione nervosa, né polmoni, né fegato, né milza, né intestino. Tu non vivi nel senso biologico del termine, eppure sorridi, forse ti emozioni. Questo tuo essere/non essere mi rilassa, è come se mi avvicinasse all’immortalità, a un concetto di vita rocambolesco dove la realtà è un circo che si prostituisce all’apparenza, mi aiuti a capire che per vivere non basta solamente respirare, perché tu non vivi ma bensì esisti come combinazione di parti in continuo interscambio. La tua coscienza è spalmata sul mondo circostante e in esso liquefatta, assume diverse forme e cangia, ma rimane incastonata in quella postura beffarda. Mi confondi e non so come leggerti, un momento vorrei toccarti per sentire le crepe nella tua consistenza, sentire la tua beatitudine, la tua leggerezza; il momento dopo non desidero altro che frantumarti con violenza per veder sparire per sempre questa tua ambiguità, così fastidiosa, così impossibile da riproporre. Forse la mia è solo gelosia nei confronti di chi non ha bisogno di porsi delle domande e che nonostante tutto va. No, no… semplicemente penso che ti lascerò lì ad esistere, a fonderti con il mondo, a combattere con il tuo vuoto e le tue maschere, fino in fondo, se ci sono; forse per te non sarà troppo difficile, ti basta stare lì immobile senza far caso a tutto quel rumore, a tutto quel trambusto che alberga tra le pieghe di questo mondo: mio, tuo, nostro.

Con queste righe chiuse il quaderno, si accasciò rovinosamente sul divano approfittando della sua offerta di comodità; nel frattempo arrivò Grisù che si appallottolò vicino a lui appoggiando il musetto sul suo ginocchio alla ricerca di qualche coccola che non tardò ad arrivare; soddisfatto lo guardò ancora per un istante prima di chiudere delicatamente i suoi occhi lucidi e assonnati. “Tu sì che sei un gatto fortunato” esclamò Filippo mentre spense l’ennesima sigaretta nel portacenere ricolmo. Adesso stava assaporando la vita, la sue sfaccettature, i suoi dolori, la sua intimità, il suo scorrere così pesante e così leggero come fosse un fiume di metalli impazziti; si rese ben presto conto che non era pronto a ricucire quelle pieghe con qualche parola e qualche carezza. Si era fatto tardi e stremato non fece in tempo a scollegarsi dal suo mondo che si dovette celermente concedere ai suoi sogni, mai così vividi, in attesa del domani.

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