Il Disordine delle Cose


Perseo macchiato dal sangue di Medusa
f o r t i f i c ò            Micene
nei miti dell’uomo antico
Dèi e uomini                           suonavano le stesse Arpe

 

La materia del sogno non emette sentenze

ma                           simboli

Lilith abbraccia il serpente

demone, moglie,                   amante, Grande Madre

 

Nel disordine delle cose

quali passi descrivono la notte?

A ritmo incatenato di frasi (in)dotte

meteore echeggiano nelle prime serate afose.

 

“Mescaline” sostanze

riempiono i muri delle stanze:

specchio come anfiteatro

spettatore malcelato.

 

Ovunque risieda l’armonia

negli astri o nell’Anello di Gige

è una canzone d’utopia

che splende soltanto negli occhi di chi vige.

Logica e illogica del possesso


La logica del possesso è strettamente legata alla finitezza di questo; avvertirne la temporaneità ci libera dall’oppressione del possedere come proiezione razionale di uno stato immaginifico infinito. Ed è attraverso il godimento dello stato “momentaneo” di fruizione che si dipana la miglior (illogica) accezione del possesso che, liberato dalla costrizione della domanda/richiesta di temporalità, trova paradossalmente piena espressione di essere temporalmente e indefinitamente dilatato verso un simbolico infinito, ora non più razionalmente coordinato, ma oniricamente, sensorialmente e pienamente collaudato.

Un’isola (che c’è e non c’è)


Delimitare è un fatto umano e non geografico.

Dentro e fuori nel gioco dell’avanzo e degli scarti di vita ammanettati da opuscoli di istruzioni. Si avanza a macchie di leopardo o “isole” di felicità, catapultati da un caotico disavanzo che il più delle volte viene scaraventato sullo sterno come “corpo-morto-cade”.

Un’isola delimita sempre ciò che sta dentro e ciò che sta fuori.

E ciò che sta dentro annienta ciò che sta fuori, e ciò che sta fuori sarà dentro, prima o poi, o resterà sempre fuori. In una pantomima di passi nel buio sull’acqua che si espandono ad onde concentriche e risucchiano, e si contorcono, e si contraggono. Si spaccano, deviano il loro percorso noncuranti dei fatti umani, ma allo stesso tempo profondamente umani di per Sé. In un’isola si va e si viene, ma per farlo occorre spostarsi e superare ostacoli digitali, come il “Morse”, c’è e non c’è, e quando c’è si sente, e quando non c’è non c’è e basta. Banalizzazione del non esserci come annientamento dei sensi. Ma in un’isola ci siamo, a volte, e in quanto tale sentiamo e assaporiamo e vi torniamo. E l’esperienza dilata il tempo dell’esserci in forme anacronistiche di velocità.

Ma l’isola che non c’è, quando non ci siamo, cambia ad insaputa, eppure muta lasciando lo spazio all’interno del pensiero di non esserci. E’ l’isola assume essenza e significato solo nel momento presente dell’esserci in quanto “sopravvive” nell’illusione di un controllo quantomai ectoplasmatico. L’esperienza umana non può che essere assoggettata nella diade attacco-fuga verso le isole delimitate come riflessi di propri sogni e aspettative.

Ma è nel perverso calderone dell’emotiva-razionalità, trappola umana, che tutto si sgretola e brucia, e quando l’esserci invade il non esserci, e il non esserci invade l’esserci, e la contaminazione oleosa trapassa l’oasi di beatitudine scavalcando i limiti e aggredendo le delimitazioni. L’espansione acquatica, l’annullamento dei confini come luoghi sicuri dell’esperienza non è che il frutto della tendenza umana a non assoggettarsi al momento presente come qualità unica, e assolutamente e magnificamente irripetibile, del momento.

E l’isola in realtà non è altro che un’infinitesima qualità del secondo. Troppo difficile per essere pensato, e quindi per essere apprezzato.

L’Omino dei biscotti della Fortuna


Penso ai biscotti cinesi della fortuna.

In un “crick” c’è insito il destino di un essere umano.

Probabilmente l’ha scritto una macchina, ma l’ha pensato un dipendente annoiato mentre scoreggiava da solo nella banalità del suo ufficio: bianco latte, con mobili squadrati, sedie da ufficio, tapparelle sganasciate, cassepanche sbucciate e logore da anni di sfregamenti inconsapevoli. L’apoptosi perfetta della caduta di un essere umano.

Il metereopata che ha attinto da un inconscio collettivo collassato di banalità e buoni propositi. Un qualcosa del tipo “sorridi e il mondo riderà con te, piangi e piangerai da solo“. A pensarci bene c’è più poesia in un verso di Trucebaldazzi.

Lo vedo lì mentre si batte la penna sui denti e si scarnifica i neuroni asfittici, troppo imbrigliati a vomitare sulla tomba di Confucio-San come se questi potesse uscire e mandarlo finemente affanculo dopo anni e anni di sfruttamenti impropri.

E lì, giorno dopo giorno, in un processo infinito dove anche il caos alza bandiera bianca e la farfalla che sbatte le ali a New York non si degna più neanche di provocare uragani nel Winsconsin.

Ma il nostro Omino si sbarba la mattina e va avanti in maniera infinita nel loop “ottorizzontale” che in un momento di barbara trasgressione ha deciso di tatuarsi sopra il capezzolo.

Lo stesso capezzolo bagnato dalla prostituta Filippina caricata la sera prima dopo un raid bulimico a base di pancetta e residuati bellici di frigorifero, che non sono altro che manifestazioni ectoplasmatiche di “prendi due paghi tre”, “lascia o raddoppia i punti Jolly”.

Sul cruscotto dell’auto sgongolava la testa del maestro Yoda nella versione da burattino patetico di Episodio II. Mentre preparava il colpo da mollare alla tipa, la molla schizzava a destra e sinistra, seguendo il movimento sincopato della Yaris. La signorina, noncurante del momento catartico, rispondeva al telefono e snocciolava parole incomprensibili mentre la nostra “trivella umana” avrebbe compiuto il suo obbligo riproduttivo, in un mondo inondato da postulati Darwiniani.

Vivo la mia vita un quarto di miglio alla volta” – Vin Diesel, Fast ‘n Furious 7. Scrive il suo nuovo pensierino. Pensate un po’ di trovare questo messaggino nel biscotto. Il tamarro medio avrà un’erezione istantanea, ma una persona con un QI che rientra almeno nel range di +/-1 deviazioni standard dalla media secondo me qualche domanda se la fa. “Cosa cazzo vorrà dire?” “Che devo andare cauto?”. Detto da un tipo che salta impazzito con FerroLamborghini di lusso da un GRATTACIELO ad un altro. “Devo godermi la vita senza pensare alle conseguenze, un passo alla volta?”. Ma la metafora fa veramente schifo. In un quarto di miglia c’è abbastanza spazio per investire un prete con la macchina, e il che mi sollazzarebbe abbastanza, ma poi non dovrei pensare di essere processato in direttissima e condannato ad essere appeso per le gonadi da una giuria cattobigotta?

Il nostro Omino fa spola con la metropolitana tra casa-lavoro, lavoro-casa. In quella bolla di sicurezza avvolgente che lo trattiene e lo repelle. Scrive “chi lascia la strada vecchia per la nuova…” mentre sgranocchia le Fonzies e si lecca le dita solo a metà, perché è meglio non godere troppo, soprattutto se ancora non si è superata la Freudiana fase Fallica.

Quando caca, sempre sul lavoro, gli piace trattenere le feci in modo che rimangano un po’ dentro e un po’ fuori dal buco. E sono i momenti in cui ha maggior ispirazione e pensa al senso della vita, ai moti astrali metaforicamente e simbolicamente rimandati ai moti intestinali, a Dio, all’universo, alla faccia di Scarlett Johansson appiccicata su un filmino random di YouPorn. Il trattenere le feci è sinonimo di tendenza alla procrastinazione, alla goduria dell’attesa, diceva sempre nonno Freud prima di inondarsi le narici di coca. Per me è un modo come un altro per far sguizzare le emmorroidi. Questioni di prismi di realtà e modi di vedere le cose.

Che palle questi Relativisti. “E questo non è, e così no, e non esiste”. Sempre a dire ciò che non è. Saranno sicuramente morti male e poveri scannati, proprio perché non se li è inculati nessuno, e nessuno ha pensato di mettere le loro frasi dentro i biscotti della fortuna. Se con i soldi che non avevano, avessero comprato qualche etto di Capitalismo dal macellaio, anche loro avrebbero cominciato a scrivere che “la vita è come una scatola ci Cioccolatini”.

Omino esce la sera elle 18.00 e si mette berretto e Moncler nell’indifferenza generale. Le sue tre dozzine di aforismi sono sguisciate anche oggi. Probabilmente non cambierà il destino di nessuno semplicemente per il fatto che non lo saprà mai. E tutto ciò che non rientra nel cono di luce, sta in quello d’ombra, e per quanto filosofi esistenzialisti che-non-so-che-cazzo-siano, possano dire il contrario, nel mondo di Omino il cono d’ombra è un rumore di fondo che esce dal tv desintonizzato. Perché forse l’unico destino di questa storia sta proprio nel guscio di Omino.

“Crick”.

Il Pescatore


Scelse il momento più opportuno per scendere le scale.

Quegli occhi stringevano un colore vitreo e trasparente che mai aveva osservato se non fosse per quell’attimo, estremamente poetico e sublimamente didascalico, che scelse di cogliere nel pomeriggio di un giorno che fu, arroccato nelle parole altrui che stringevano significati arditi, nuovi, ma altrettanto così profondamente atavici da risultare scherniti da un conscio subissato di strati di plexiglass.

Si sapeva che Elia modellava la sua vita sui treni. Il rumore della ferraglia risuonava nei viaggi “da e verso” mete prestabilite da caotiche coincidenze. Elia parlava così nella cultura ermetica dei sentimenti bolliti in anfore paleolitiche.

Quella Venere di Willendorf l’aveva osservata a lungo grondante di peccati, e l’aveva toccata affamato di simbolismi, con quel tatto che precede la risposta elettro-sinaptica e arriva prima di tutto alle pelle, all’aspettativa del momento che sarà poi tangibile ma ormai esaurito nella realtà sensoriale, non più pura, ma contaminata dall’assenza del sogno, dalla presenza del battito. Eppure così sublime.

Il caffè risaliva dalla moka ormai da minuti in ebollizione. Elia fu svegliato dal gorgoglio asfissiante di un prodotto finito che continuava asmatico il suo percorso. La aprì e vide un sorriso farsi strada tra i lapilli e il nero puro. Era il “solco di un Pescatore”.

Lettera a Babbo Natale


Caro Babbo Natale o San Nicola? Come preferisci essere chiamato? Quest’anno credo di aver fatto il bravo, o almeno così mi dicono. Ho studiato tanto e mi sono laureato; i miei parenti sono davvero tanto orgogliosi, mi dicevano sempre “studia figliolo”. Ora io non so avevano proprio proprio ragione, ma certo non voglio mettere in discussione la loro parola! Però, mi dispiace dirlo ma qualche dubbio mi rimane. Vedi, caro Babbo Natale, io ho come l’impressione che noi giovani studiamo perché non sappiamo proprio che fare, siccome abbiamo tanto tempo da spendere ci piace immaginare il nostro futuro e vogliamo proprio che sia bello, sogniamo ad occhi aperti e pensiamo che un giorno saremo Ingegneri, Dottori e Architetti! Anche perché, diciamocelo, nel presente è proprio brutto sognare. Se non ci credi prova un po’ ad accendere la televisione o guardare i giornali ogni tanto?! Vedrai solo facce tristi, politici distratti dalle loro faccende e strani indici economici accompagnati da parole come “Spread, Bund, Bot, PPT”, una signora alla televisione ha detto anche che siamo “Choosy”, mah, cosa avrà voluto dire?; in ogni caso, io dico, queste parole le ha inventate l’uomo, perché le ha scelte proprio così? Suonano così male! Sembrano prese da un fumetto; sai, quando c’è il cattivone di turno che picchia un povero innocente sfortnunato: “Stonk”. Ora, a me piacciono i fumetti, ma ho sempre saputo che non sono la vita reale e che Batman non arriva sempre a punire i cattivi. Comunque, scusami per questa piccola digressione ma come vedrai non è stata per niente fuori luogo; allora, dicevamo: il presente. Non solo è brutto sognare ma è assai difficile starci. Mi dicono che devo essere produttivo e che se non sono produttivo non lavoro. Ora, scusami se ti posso sembrare un pochino volgare, ma quando vado in bagno la mattina produco qualcosa, io mi sento produttivo! Ma la produttività che cercano da me è un’altra, personalmente io non l’ho capita tanto bene: produttiva è una macchina, un robot, un utensile che deve realizzare una determinata cosa in un determinato tempo; le macchine e gli oggetti sono al nostro servizio. Ma una persona? Si può essere al servizio di qualcuno come il mio telefonino lo è con me? E’ quindi quello essere produttivi? Ma se il mio telefonino domani si rompe, o diventa troppo vecchio oppure non mi serve più io lo butto via! Quindi si può fare questo anche con le persone? Tu cosa dici? Io mi ricordo un vecchio film dove un simpatico signore con i baffi avvitava bulloni in continuazione proprio come farebbe una macchina, si incastrava negli ingranaggi e veniva sgridato dai suoi superiori. Mi sembra si chiamasse Tempi Moderni: era molto buffo e mi faceva tanto ridere, ma adesso mica tanto sai, mi fa quasi tenerezza. Mi devi scusare se ti scrivo certe cose e non sono tanto esaustivo nelle spiegazioni, ma è semplicemente perché non le capisco, ma ti prometto che per il prossimo anno mi informerò meglio! Quindi, insomma, mi sento un po’ confuso, mi impegno e sogno per il futuro un sacco di cose magnifiche ma non so se lo faccio perché ci credo o perché il presente è così strano che forse è meglio distogliere lo sguardo. E in tutta questa situazione anche le persone sembrano sempre più strane, troppo indaffarate a mantenere il potere sulle macchine (o sulle altre persone, boh?), ad arrivare per primi, sempre di corsa, uno contro l’altro, in continua competizione per ottenere la loro fetta di soddisfazione. A me viene il dubbio che tutti lo fanno perché anche i sogni stanno cambiando e non sono più tali, ma sono diventati un qualcosa che si è trasformato in funzione di questo presente. Quindi adesso crediamo che per diventare Dottori, Architetti e Ingegneri dobbiamo azzuffarci tra di noi come succede nei documentari alla televisione, dove nella Savana i leoni e le iene lottano tra di loro per il loro pezzettino di carne. Ora mi torna in mente che un certo Charles Darwin scrisse qualcosa in proposito e sicuramente aveva ragione, è stato un grande scienziato, anche se a me piace credere che la scienza ogni tanto si può sbagliare, seppur di poco. In fondo siamo persone ed “errare humanum est” e lo stesso Darwin era uno di noi e pure lui avrà avuto i suoi sogni, almeno io credo, e forse, sotto sotto, sperava per noi anche in qualcosa di diverso. Ora vorrei parlarti un po’ del futuro ma a dire la verità non ho molti argomenti a riguardo e poi non vorrei confonderti ulteriormente con queste faccende. Caro Babbo Natale, venendo al dunque, da piccolo ti chiedevo spesso le costruzioni ma poi ho smesso perché sono cresciuto, ma a dire la verità quest’anno ho deciso di ritornare un po’ indietro nel tempo e chiedertele nuovamente. Da piccolo sognavo di diventare muratore.

Ti aspetto

Un abbraccio

Un ragazzo dai 19 ai 30 anni.

Il Denso Celeste


Una delle mie passioni è osservare il cielo, di notte.

In fin dei conti è una cosa banale, a chi non è mai capitato? Mi serve per raggiungere una sorta di pace interiore, per sentirmi schiacciato da “un’onnipetenza”, sentirmi un essere piccolo, un nano in un mondo di giaganti, sentirmi racchiuso in una bacinella celeste, come quelle navi minuscole forzate nel vetro di vecchie bottiglie comprate a mercatini di seconda mano. Quelle navi stanno esposte in un salotto e osservano l’ambiente circostante che si contorce intorno a loro, prendono polvere oppure cadono e si rompono, e si trovano lì, spiattellatte sul pavimento con la voglia di dimenarsi come fossero pesci fuor d’acqua che “affogano” cercando di tornare nel fluido celeste. Ma non ce la fanno, perché sono materia immobile.

Il cielo, dicevo: il denso celeste in cui rifiatiamo o affoghiamo. Guardiamo il nostro salotto gettando l’ancora delle radici della nostra vita. Siamo osservatori di un infinito incompreso che ci opprine e ci rilassa; una claustrofobica e accogliente protezione, una vetrata enorme e bellissima, creata dalla mani della natura in persona, un’incredibile artista di stile e raffinatezza. Ma qual’è lo scaffale che ci sorregge? Basta una folata di vento e il nostro utero celeste rischia di cadere e infrangersi con tutte le stelle che si staccano, si infiammano, si spengono e rotolano adlilà dei confini del buio, in un vuoto infinito e (in)conoscibile. Cadiamo, avvolti in misteriose tenebre, in una discesa al contrario dal Paese delle Meraviglie, e non c’è tappetto, pavimento o parquet che possa fermare un corpo in caduta libera come questo, né che possa accogliere i frammenti luccicanti di questo infinito celeste. Circondati dalle stelle e dai pianeti e dal sole ci avvolgiamo in questa coperta calda di onnipotenza sgretolata, che ci accompagna in un destino inconoscibile; in attesa magari che mani di giganti ci raccolgano e ci offrano un nuovo universo, tutto nuovo, splendente, pacifico. Tutto questo perché siamo materia animata e vibrante che non prende polvere, in una parola: viva.

E la barca è sempre lì, immobile, schiantata sul terreno che sanguina cristalli. Non sa di essere in pace e di esserci sempre stata.

Apro gli occhi.

Il cielo, a fine estate, è ancora la: magnifico.

Sogno lucido di onnipresente bellezza.