Il Disordine delle Cose


Perseo macchiato dal sangue di Medusa
f o r t i f i c ò            Micene
nei miti dell’uomo antico
Dèi e uomini                           suonavano le stesse Arpe

 

La materia del sogno non emette sentenze

ma                           simboli

Lilith abbraccia il serpente

demone, moglie,                   amante, Grande Madre

 

Nel disordine delle cose

quali passi descrivono la notte?

A ritmo incatenato di frasi (in)dotte

meteore echeggiano nelle prime serate afose.

 

“Mescaline” sostanze

riempiono i muri delle stanze:

specchio come anfiteatro

spettatore malcelato.

 

Ovunque risieda l’armonia

negli astri o nell’Anello di Gige

è una canzone d’utopia

che splende soltanto negli occhi di chi vige.

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La nostalgia del presente


Salite,

su sguardi appesi nel tempo

Salite,

sui dadi distesi d’arti

Salite,

sulle schiene baciate dai riflessi dei ciottoli

Salite,

sui seni coltivati di meriggio

Salite,

sui tomi usurati d’eterno

Salite,

su plettri asmanti, pellicole scollate da ricordi, misture e acquerelli e orgasmi!

Voi, salite!

Pendenti, ebbri, sudanti, aggrovigliati nel sangue ululante di momenti imperfetti,

e assenti,

e la deriva si fa  madre,

e il resto del tutto, fluisce e finisce – nella nostalgia del presente.

 

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D’umana bellezza


La bellezza sta nell’istantanea concessione all’indefinitezza.

Nell’assenza o nell’esasperazione dei sensi.

Nell’incomunicabilità partecipata.

Nell’illusione di essere con gli altri e in simbiosi con il Sé.

Nella verità dell’arte.

Nello sguardo dilatato che tradisce ogni rivolo di costruzione reale o immaginata.

Nel godimento di lasciarsi vedere e lasciarsi ascoltare, e toccare e uccidersi in quei secondi che la storia umana rende irripetibili.

The day before the end

Un’isola (che c’è e non c’è)


Delimitare è un fatto umano e non geografico.

Dentro e fuori nel gioco dell’avanzo e degli scarti di vita ammanettati da opuscoli di istruzioni. Si avanza a macchie di leopardo o “isole” di felicità, catapultati da un caotico disavanzo che il più delle volte viene scaraventato sullo sterno come “corpo-morto-cade”.

Un’isola delimita sempre ciò che sta dentro e ciò che sta fuori.

E ciò che sta dentro annienta ciò che sta fuori, e ciò che sta fuori sarà dentro, prima o poi, o resterà sempre fuori. In una pantomima di passi nel buio sull’acqua che si espandono ad onde concentriche e risucchiano, e si contorcono, e si contraggono. Si spaccano, deviano il loro percorso noncuranti dei fatti umani, ma allo stesso tempo profondamente umani di per Sé. In un’isola si va e si viene, ma per farlo occorre spostarsi e superare ostacoli digitali, come il “Morse”, c’è e non c’è, e quando c’è si sente, e quando non c’è non c’è e basta. Banalizzazione del non esserci come annientamento dei sensi. Ma in un’isola ci siamo, a volte, e in quanto tale sentiamo e assaporiamo e vi torniamo. E l’esperienza dilata il tempo dell’esserci in forme anacronistiche di velocità.

Ma l’isola che non c’è, quando non ci siamo, cambia ad insaputa, eppure muta lasciando lo spazio all’interno del pensiero di non esserci. E’ l’isola assume essenza e significato solo nel momento presente dell’esserci in quanto “sopravvive” nell’illusione di un controllo quantomai ectoplasmatico. L’esperienza umana non può che essere assoggettata nella diade attacco-fuga verso le isole delimitate come riflessi di propri sogni e aspettative.

Ma è nel perverso calderone dell’emotiva-razionalità, trappola umana, che tutto si sgretola e brucia, e quando l’esserci invade il non esserci, e il non esserci invade l’esserci, e la contaminazione oleosa trapassa l’oasi di beatitudine scavalcando i limiti e aggredendo le delimitazioni. L’espansione acquatica, l’annullamento dei confini come luoghi sicuri dell’esperienza non è che il frutto della tendenza umana a non assoggettarsi al momento presente come qualità unica, e assolutamente e magnificamente irripetibile, del momento.

E l’isola in realtà non è altro che un’infinitesima qualità del secondo. Troppo difficile per essere pensato, e quindi per essere apprezzato.

L’Omino dei biscotti della Fortuna


Penso ai biscotti cinesi della fortuna.

In un “crick” c’è insito il destino di un essere umano.

Probabilmente l’ha scritto una macchina, ma l’ha pensato un dipendente annoiato mentre scoreggiava da solo nella banalità del suo ufficio: bianco latte, con mobili squadrati, sedie da ufficio, tapparelle sganasciate, cassepanche sbucciate e logore da anni di sfregamenti inconsapevoli. L’apoptosi perfetta della caduta di un essere umano.

Il metereopata che ha attinto da un inconscio collettivo collassato di banalità e buoni propositi. Un qualcosa del tipo “sorridi e il mondo riderà con te, piangi e piangerai da solo“. A pensarci bene c’è più poesia in un verso di Trucebaldazzi.

Lo vedo lì mentre si batte la penna sui denti e si scarnifica i neuroni asfittici, troppo imbrigliati a vomitare sulla tomba di Confucio-San come se questi potesse uscire e mandarlo finemente affanculo dopo anni e anni di sfruttamenti impropri.

E lì, giorno dopo giorno, in un processo infinito dove anche il caos alza bandiera bianca e la farfalla che sbatte le ali a New York non si degna più neanche di provocare uragani nel Winsconsin.

Ma il nostro Omino si sbarba la mattina e va avanti in maniera infinita nel loop “ottorizzontale” che in un momento di barbara trasgressione ha deciso di tatuarsi sopra il capezzolo.

Lo stesso capezzolo bagnato dalla prostituta Filippina caricata la sera prima dopo un raid bulimico a base di pancetta e residuati bellici di frigorifero, che non sono altro che manifestazioni ectoplasmatiche di “prendi due paghi tre”, “lascia o raddoppia i punti Jolly”.

Sul cruscotto dell’auto sgongolava la testa del maestro Yoda nella versione da burattino patetico di Episodio II. Mentre preparava il colpo da mollare alla tipa, la molla schizzava a destra e sinistra, seguendo il movimento sincopato della Yaris. La signorina, noncurante del momento catartico, rispondeva al telefono e snocciolava parole incomprensibili mentre la nostra “trivella umana” avrebbe compiuto il suo obbligo riproduttivo, in un mondo inondato da postulati Darwiniani.

Vivo la mia vita un quarto di miglio alla volta” – Vin Diesel, Fast ‘n Furious 7. Scrive il suo nuovo pensierino. Pensate un po’ di trovare questo messaggino nel biscotto. Il tamarro medio avrà un’erezione istantanea, ma una persona con un QI che rientra almeno nel range di +/-1 deviazioni standard dalla media secondo me qualche domanda se la fa. “Cosa cazzo vorrà dire?” “Che devo andare cauto?”. Detto da un tipo che salta impazzito con FerroLamborghini di lusso da un GRATTACIELO ad un altro. “Devo godermi la vita senza pensare alle conseguenze, un passo alla volta?”. Ma la metafora fa veramente schifo. In un quarto di miglia c’è abbastanza spazio per investire un prete con la macchina, e il che mi sollazzarebbe abbastanza, ma poi non dovrei pensare di essere processato in direttissima e condannato ad essere appeso per le gonadi da una giuria cattobigotta?

Il nostro Omino fa spola con la metropolitana tra casa-lavoro, lavoro-casa. In quella bolla di sicurezza avvolgente che lo trattiene e lo repelle. Scrive “chi lascia la strada vecchia per la nuova…” mentre sgranocchia le Fonzies e si lecca le dita solo a metà, perché è meglio non godere troppo, soprattutto se ancora non si è superata la Freudiana fase Fallica.

Quando caca, sempre sul lavoro, gli piace trattenere le feci in modo che rimangano un po’ dentro e un po’ fuori dal buco. E sono i momenti in cui ha maggior ispirazione e pensa al senso della vita, ai moti astrali metaforicamente e simbolicamente rimandati ai moti intestinali, a Dio, all’universo, alla faccia di Scarlett Johansson appiccicata su un filmino random di YouPorn. Il trattenere le feci è sinonimo di tendenza alla procrastinazione, alla goduria dell’attesa, diceva sempre nonno Freud prima di inondarsi le narici di coca. Per me è un modo come un altro per far sguizzare le emmorroidi. Questioni di prismi di realtà e modi di vedere le cose.

Che palle questi Relativisti. “E questo non è, e così no, e non esiste”. Sempre a dire ciò che non è. Saranno sicuramente morti male e poveri scannati, proprio perché non se li è inculati nessuno, e nessuno ha pensato di mettere le loro frasi dentro i biscotti della fortuna. Se con i soldi che non avevano, avessero comprato qualche etto di Capitalismo dal macellaio, anche loro avrebbero cominciato a scrivere che “la vita è come una scatola ci Cioccolatini”.

Omino esce la sera elle 18.00 e si mette berretto e Moncler nell’indifferenza generale. Le sue tre dozzine di aforismi sono sguisciate anche oggi. Probabilmente non cambierà il destino di nessuno semplicemente per il fatto che non lo saprà mai. E tutto ciò che non rientra nel cono di luce, sta in quello d’ombra, e per quanto filosofi esistenzialisti che-non-so-che-cazzo-siano, possano dire il contrario, nel mondo di Omino il cono d’ombra è un rumore di fondo che esce dal tv desintonizzato. Perché forse l’unico destino di questa storia sta proprio nel guscio di Omino.

“Crick”.

Il Pescatore


Scelse il momento più opportuno per scendere le scale.

Quegli occhi stringevano un colore vitreo e trasparente che mai aveva osservato se non fosse per quell’attimo, estremamente poetico e sublimamente didascalico, che scelse di cogliere nel pomeriggio di un giorno che fu, arroccato nelle parole altrui che stringevano significati arditi, nuovi, ma altrettanto così profondamente atavici da risultare scherniti da un conscio subissato di strati di plexiglass.

Si sapeva che Elia modellava la sua vita sui treni. Il rumore della ferraglia risuonava nei viaggi “da e verso” mete prestabilite da caotiche coincidenze. Elia parlava così nella cultura ermetica dei sentimenti bolliti in anfore paleolitiche.

Quella Venere di Willendorf l’aveva osservata a lungo grondante di peccati, e l’aveva toccata affamato di simbolismi, con quel tatto che precede la risposta elettro-sinaptica e arriva prima di tutto alle pelle, all’aspettativa del momento che sarà poi tangibile ma ormai esaurito nella realtà sensoriale, non più pura, ma contaminata dall’assenza del sogno, dalla presenza del battito. Eppure così sublime.

Il caffè risaliva dalla moka ormai da minuti in ebollizione. Elia fu svegliato dal gorgoglio asfissiante di un prodotto finito che continuava asmatico il suo percorso. La aprì e vide un sorriso farsi strada tra i lapilli e il nero puro. Era il “solco di un Pescatore”.