Il Pescatore

Scelse il momento più opportuno per scendere le scale.

Quegli occhi stringevano un colore vitreo e trasparente che mai aveva osservato se non fosse per quell’attimo, estremamente poetico e sublimamente didascalico, che scelse di cogliere nel pomeriggio di un giorno che fu, arroccato nelle parole altrui che stringevano significati arditi, nuovi, ma altrettanto così profondamente atavici da risultare scherniti da un conscio subissato di strati di plexiglass.

Si sapeva che Elia modellava la sua vita sui treni. Il rumore della ferraglia risuonava nei viaggi “da e verso” mete prestabilite da caotiche coincidenze. Elia parlava così nella cultura ermetica dei sentimenti bolliti in anfore paleolitiche.

Quella Venere di Willendorf l’aveva osservata a lungo grondante di peccati, e l’aveva toccata affamato di simbolismi, con quel tatto che precede la risposta elettro-sinaptica e arriva prima di tutto alle pelle, all’aspettativa del momento che sarà poi tangibile ma ormai esaurito nella realtà sensoriale, non più pura, ma contaminata dall’assenza del sogno, dalla presenza del battito. Eppure così sublime.

Il caffè risaliva dalla moka ormai da minuti in ebollizione. Elia fu svegliato dal gorgoglio asfissiante di un prodotto finito che continuava asmatico il suo percorso. La aprì e vide un sorriso farsi strada tra i lapilli e il nero puro. Era il “solco di un Pescatore”.

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