L’ Università e gli “studenti-pentola”.

Due paroline sul mio status di studente Universitario.

Tralasciando tutti i discorsi relativi alla situazione dell’ Università in Italia che tra riforme, tagli e speculazioni varie ha l’aspetto di un animale morente in via di decomposizione, mi soffermo un po’ sul ruolo dell’ Università. Per un ragazzo intraprendere questo tipo di percorso  DOVREBBE essere un’ esperienza formativa e professionalizzante, con un ingente impegno di tempo e di risorse (per un percorso completo si parla di più di 5 anni!). Un Laureato dovrebbe essere una figura che incarna costrutti teorici ed esperienze pratiche pronte ad essere “spese sul mercato” relativo all’oggetto di studi intrapreso.

Teoricamente.

Praticamente proviamo ad aprire gli occhi.

Chi è lo studente Universitario? A cosa serve l’ Università e che tipo di preparazione offre?

Per la maggior parte degli studenti l’Università è un immenso parcheggio; sono pronto a scommettere che la stragrande maggioranza di loro sta studiando perché ancora non sa che farsene della vita. Semplicemente temporeggia, studia perché lo fanno tutti, studia mosso da chissà quali sogni e ambizioni perlopiù irrealizzabili. E’ la pecorella smarrita di un gregge spaventato. E parliamoci chiaro, ha tutte le ragioni per esserlo! Fuori da questo c’è il buio più totale, un mercato del lavoro stagnante e sempre meno meritocratico, fatto di precariato e sfruttamento. Non si cerca più di valorizzare le risorse umane, ma piuttosto di svilirle e intimorirle. Spesso e volentieri il lavoratore viene privato della sua dignità e costretto a mettersi prono e ubbidire in nome di “sua maestà” che ti offre un posto di lavoro per guadagnarti la pagnotta.

Ma stiamo sviando troppo dal discorso principale…

Parlavamo di sogni e ambizioni: uno dei motori più importanti per uno studente, che spesso fantastica sulle incredibili possibilità di diventere ingegnere, architetto, medico, avvocato, dottore e chi più ne ha più ne metta. E’ il giovane studente ignaro che si chiude nel suo piccolo guscio vuoto e pensa di essere l’eletto che riuscirà a sfondore. Ma anche in questo caso basta aprire gli occhi per vedere la folla che rumenta intorno a lui, una folla fatta di ragazzi che hanno i suoi stessi desideri. E che tutte queste persone possano condividere lo stesso destino mi sembra un fatto abbastanza improbabile.  La meritocrazia è ormai diventata un’ utopia, sia nel lavoro, che nello studio,  ed è superfluo dire che non tutti i più meritevoli riescono a sfruttare le loro abilità, ma spesso sono i più “fortunati”.

Forse il 5 – 10 – mettiamo 15% di questi ragazzi riuscirà a veder concretizzati i propri sogni. E gli altri cosa faranno? Gli aspetta una vita di rimpianti? Si inventaranno che hanno studiato per il bene più grande della cultura? Si fermeranno un attimino a pensare che hanno letteralmente – diciamo usato – il decennio migliore della laoro vita, che va dai 20 ai 30, a fare qualcosa di pragmaticamente inutile?

E ora? E’ troppo tardi. Hai quasi 30 anni e non hai esperienza da spendere, ma solo un mucchio di schemi e concetti teorici perlopiù sopiti o dimenticati, frutto di anni e anni di studio, tutte nozioni che spesso non hanno trovato un’applicazione pratica. Sei nella stessa situazione di quando ne avevi 19, ma almeno allora avevi tutto il tempo di imparare a fare qualcosa di più pratico.

Perché tutto questo? Parlo da studente di Psicologia, ma credo che la situazione si rifletta in moltissime altre facoltà. L’università di adesso non ti insegna niente, ma ti usa per quello che sei: più o meno hai la forma di una pentola (non uso tegame per non essere dispregiativo!) pronta a ricevere vagonate e vagonate di informazioni, teorie e studi. Solo questo, stop. Manca l’atto pratico. Io psicologo posso conoscere a memoria il DSM IV TR, ma se poi davanti a me arriva un paziente bipolare non so dove mettere le mani (e qui mi domando a cosa serve un indirizzo clinico se poi devo fare la specializzazione in psicoterapia? Non sarebbe stato più produttivo “inserirla” nell’offerta formativa stessa? Ovviamente no, perché poi chi ci avrebbe guadagnato?). Oppure, io psicologo del lavoro, conosco miriadi di test per valutare il clima organizzativo, ma poi come diavolo gli somministro se qualcuno non mi insegna direttamente a farlo? E non mi dite che ci sono i tirocini perché lo sappiamo tutti cosa fa un tirocinante. Ho parlato di psicologia perché la vivo in prima persona, ma penso il discorso sia estendibile a diverse categorie dei più svariati campi. Manca la preparazione fatta sul campo, a fianco di costrutti teorici bisognerebbe poter vedere le reali applicazioni, sul modello di un artigiano che insegna al suo garzone. Avere uno strumento e non sapere come usarlo è come non averlo. C’è troppo distacco tra mondo accademico e mondo del lavoro, un gap che sembra incolmabile proprio perché entrambi i settori sono morenti e prima di fondersi devono pensare a risolvere i loro problemi interni di autosostentamento, ma è un percorso troppo lungo per sperare che possa essere facilmente sanato.

In definitiva siamo troppi, preparati male e troppo vecchi per sperare di riuscire a inserirsi in un mercato che fa della produttività e del profitto il suo scopo principale. Se non produci moneta non vali niente. La tua cultura non vale niente.

E allora che fare? Rigidissimi test di selezione e facoltà a strettissimo numero chiuso?

Ma così il sacrosanto diritto all’istruzione non andrebbe a farsi benedire? E poi i soldi sono già pochi, figuriamoci che cosa succederebbe se rinunciassimo a i soldi delle tasse di uno spropositato numero di persone.

Riformare pesantemente l’offerta formativa dell’ Università?

Forse sarebbe una soluzione auspicabile, ma la mole infinita di studenti desiderosi non riuscirebbe comunque ad essere totalmente soddisfatta.

Magari credo che sarebbe utile un’ opera di informazione reale verso i ragazzi, che dovrebbero sapere prima di iscriversi a cosa vanno incontro, quali sono i rischi che corrono e quali sono le concrete possibilità che poi, il loro futuro, sia come l’ hanno sognato. Bisogna sfatare il mito che fare l’ Università adesso è come farla 30-40 anni fa. Non è un investimento, ma solo una possibilità. Chiamatemi pure pessimista o drastico ma io, adesso, a un ragazzo che mi dice se è più utile continuare a studiare dopo il diploma o meno, risponderei seccamente NO. Ma gli direi piuttosto che, se vuole sperare di guadagnare qualcosina, di cominciare a guardarsi bene intorno finché ha tempo. Se uno mi dice che è mosso da una passione vorace ed è disposto a correre dei rischi per lo studio, gli direi: “PROVA, ma non avere rimpianti”.

Quando mi sono iscritto a Psicologia nessuno mi ha detto questo ma l’ ho scoperto con il tempo. Eppure lo rifarei, forse perché appartengo alla seconda categoria di ragazzi pronti al rischio, forse perché a volte i sogni e le passioni sono più forti di qualsiasi forma di pensiero razionale. Ne è testimone il fatto che scrivo questo pezzo ma che continuo a credere in quello che faccio. Ma la realtà là fuori è una sola ed è inutile tenere gli occhi chiusi e continuare a fantasticare – peggio ancora se ignari di quello che ci circonda – andando avanti per inerzia. Il tempo è prezioso in questo mondo confusionario e frenetico, ognuno sceglie di “sprecarlo” come vuole ma che lo faccia con consapevolezza.

Ho perso già mezz’ ora a scrivere questo post, sarà meglio che torni a studiare, la sessione di esami invernali incombe e voglio riuscire a fare bene, poi si vedrà.

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One thought on “L’ Università e gli “studenti-pentola”.

  1. grazie per questa accurata analisi e riflessione autentica in merito alla situazione vissuta dai giovani d’oggi. Ammiro il coraggio della verità .

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